skip to Main Content
Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Così lontani, così vicini: il Coronavirus, il paziente e l’analista

Coronavirus-paziente-analista-cmp-centro-milanese-psicoanalisi-psicoanalista

René Magritte – Il donatore felice – 1966

di Elisabetta Cattaneo

Coronavirus: spazi reali e spazi virtuali

La pandemia del Coronavirus ha obbligato gli psicoanalisti a spostare l’attività clinica nella “stanza virtuale” del cyberspazio. Nel giro di un giorno il mio studio si è svuotato e tante finestre si sono aperte all’interno delle case e dei luoghi fisici dei pazienti. È stato disorientante “traslocare” l’intera attività clinica in questo altrove-sospeso, una limitazione importante, improvvisa e, dato il contesto attuale, densa di significati luttuosi e di incertezze per il futuro. L’assenza fisica delle persone nello studio si è trasformata in una invasione emotiva quasi soverchiante.

La paura del contagio

Certamente i mezzi di comunicazione a distanza possono far percepire un senso di intrusività e di invasione, nell’analista come nel paziente, io però sento di avere una certa confidenza con questi dal momento che li utilizzo da anni con persone che vivono all’estero. Credo piuttosto di essere stata invasa dalla paura del contagio. Io svolgo sedute di analisi anche di gruppo e di coppie, il mio studio è abbastanza piccolo e pertanto le distanze fisiche non sono facilmente modulabili. Ho iniziato a temere di poter mettere in pericolo i pazienti e di esporre me e i miei familiari a seri rischi. Ho sospeso prima i gruppi e ho continuato aumentando le distanze dai pazienti ma la mia mente era ingombra, non ero più libera di lasciare fluttuare i pensieri, anzi, direi che questi erano proprio ancorati a terra, alla realtà che si stava delineando all’esterno. Ascoltando le mie emozioni e miei movimenti interni sono riuscita a cogliere quanto mi stava accadendo e a comunicare ai pazienti con un certo anticipo che se la situazione non fosse rientrata avrei proposto a tutti, gruppi compresi, di passare alle sedute online o per telefono.

L’invasione emotiva era carica di quelle paure che, tutelati dalla distanza fisica, hanno potuto esprimersi con la massima evidenza. Le nostre paure oggi sono le stesse dei pazienti, in qualche modo ci rispecchiamo e questa dimensione di insolita simmetria rende assai più difficile mantenere un confine chiaro tra sé e l’altro. Ad esempio, di questi tempi capita spesso che i pazienti mi chiedano come sto, non è una frase interlocutoria o il momento di preparazione alla seduta quando il paziente si sincera della tenuta del suo analista: è una sana preoccupazione per l’altro, forse anche il bisogno di manifestare vicinanza e condivisione.

Tornando alle finestre aperte sui luoghi fisici in cui si trovano i pazienti, penso sia qualcosa di straordinario. Come ci ricorda Manuela Fraire, siamo sempre incuriositi della realtà delle persone e adesso che ci entriamo dentro, forse potremo scoprire cose che non avremmo mai immaginato che fossero lì: questo è il perturbante con cui abbiamo a che fare.

La distanza tecnica delle videochiamate

Dal punto di vista più tecnico le sedute in videochiamata richiedono un livello di concentrazione piuttosto elevato: gli sguardi non si incontrano perché le telecamere non sono posizionate all’altezza dei nostri occhi ma sopra o di lato, c’è un piccolo riquadro dove vediamo la nostra immagine mentre parliamo, possiamo vedere solo parzialmente l’altra persona e anche i movimenti che notiamo sono limitati.

L’udito in questi casi cerca di colmare quegli aspetti dell’incontro a cui siamo abituati e che ora non ritroviamo. Ci sono una serie di elementi concreti che entrano in gioco e che, almeno inizialmente, rendono difficile riuscire ad astenersi e a mantenere la capacità negativa come ad esempio accade nei silenzi in cui si teme che l’altro non ci senta, magari per problemi di connessione.

Poco per volta però dalla nostra poltrona possiamo scoprire una nuova posizione di ascolto, non siamo fisicamente nello stesso luogo ma siamo comunque una presenza importante che può continuare a sostenere la capacità di pensare, di sognare e di sublimare. Il silenzio ritorna ad essere ricco di significati, le fantasie e i pensieri riprendono a fluire. Le nostre rêverie sono il prezioso segnale di una dimensione relazionale che continua ad essere viva e alimentata.

I pazienti che si sdraiano sul lettino non sono abituati a guardare in faccia l’analista, con loro molti di noi prediligono la telefonata o altre modalità per favorire le libere associazioni e una presa di coscienza dell’esperienza corporea. Abbiamo imparato a monitorare con attenzione tutti quegli aspetti transferali e controtransferali che in questi setting spesso investono il mezzo di comunicazione. La letteratura scientifica a riguardo fornisce molti spunti interessanti, ne cito solo alcuni: dimenticare di collegarsi, perdere le informazioni di contatto, mettersi in posizioni che non favoriscono la connessione o l’inquadratura, parlare lontani dal microfono, ecc.. Gli intralci tecnici come la caduta della connessione possono fare emergere angosce abbandoniche, persecutorie e di perdita del legame, tutti aspetti che oggi assumono toni ancor più drammatici.

Anche in questo momento di grande difficoltà il lavoro analitico può essere inaspettatamente florido: la solitudine, spesso fonte di grande sofferenza, mette le persone in contatto con il mondo interno, e il sentimento del pericolo sembra spingerle ad esternare dolori antichi e profondi.

Leggi anche l’articolo: GLOSSARIETTO ad uso di psicoanalisti stanziali.

Se hai bisogno di aiuto visita la pagina: Affrontare il coronavirus: il nostro supporto.

Back To Top