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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Famiglie e Coronavirus

Di Caterina Meotti

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Edward Hopper – Morning Sun – 1954

Se un vento adesso
porta ombre cattive
parole di turbamento
tu cancella l’arsura
dammi da mangiare
dalla tua voce
un pane di parole intese
dentro le misure del silenzio
oggi che siamo
disabitati.

Mariangela Gualtieri – Le giovani parole

Tutto è cambiato a causa del coronavirus

Da quando Lui, il piccolissimo, invisibile e pericoloso coronavirus ha fatto il suo clamoroso ingresso nelle nostre vite, tutto è cambiato. Uscite ridotte all’osso, niente più contatti, lavoro da casa e scuole chiuse, forse fino alla fine dell’anno scolastico.

Uno scenario impensabile fino a qualche mese fa. Noi adulti siamo increduli: giriamo con il cellulare in mano, consultando la mail, i quotidiani e i social in cerca di notizie che ci aiutino ad orientarci. Numeri, grafici, previsioni dei picchi, consigli per la corretta prevenzione del contagio.

La vita familiare è tornata alla ribalta

Di colpo la vita familiare, Cenerentola delle nostre giornate strapiene d’impegni, è tornata alla ribalta: i convinti assertori del “quality time” con i figli, si ritrovano sommersi di un “quantity time” che non sanno come gestire e compartimentare. Giornate intere chiusi in casa, con il lavoro che – nel migliore dei casi – prosegue per via telematica e l’incombenza dell’attività didattica dei figli da portare avanti.

L’iniziale esultanza dei più piccoli di fronte all’inaspettata vacanza si è stemperata nel trascorrere dei giorni. Gli adolescenti, di colpo privati dello scambio con i pari, si asserragliano ancora più tenacemente negli schermi dei cellulari: cosa guardano? Cosa pensano di fronte a questo imprevedibile terremoto?

I più fortunati tra i bambini e i ragazzi possono contare su una didattica a distanza ben strutturata, con lezioni online che consentono di mantenere una parziale continuità nelle modalità di apprendimento e nel rapporto con insegnanti e compagni, mentre alcuni ricevono cospicue quantità di compiti a casa che devono gestire in totale autonomia.

I genitori come unico punto di riferimento educativo e affettivo

I genitori si ritrovano improvvisamente soli, unici punti di riferimento educativi e affettivi: con un certo sgomento ci rendiamo conto di come la scuola abbia subito una rivoluzione copernicana negli ultimi decenni. Osserviamo i bambini studiare argomenti che ci sono estranei, tocchiamo da vicino i loro cortocircuiti emotivi nell’apprendere, la loro capacità di gestire gli errori, la fatica, la consapevolezza delle proprie risorse. Può essere questa l’occasione di capirli meglio, più da vicino. Ma è anche una grande, insolita fatica.

Ci si sente comunque zoppi, perché ai bambini e ai ragazzi manca quel contatto con maestri e compagni che innerva così profondamente la loro esperienza di apprendimento.

Abbiamo dalla nostra la tecnologia: mille strumenti ci vengono in aiuto per suscitare la loro curiosità e il loro interesse, ma tenere viva la motivazione, nostra e loro, è una sfida sfiancante.

Non riesco a seguire le lezioni online mi spiega in modo accorato un’adolescente che sente acutamente la mancanza della scuola. Rinunciare a quella trama viva di presenze fisiche, agli sguardi complici dei compagni nella quotidiana trincea scolastica, allo scambio con un professore in carne e ossa, l’ha lasciata smarrita, come priva di un contenitore in grado di darle forma e di imprimere slancio ai suoi pensieri.

Saremo capaci di rendere tutto questo metabolizzabile? Angoscia, ansia, paura e dubbi.

Ma non è solo l’incombenza educativa a preoccuparci. C’è molto di più.

Come possiamo fare sì che i nostri figli attraversino questo evento senza riportare troppe ferite? Saremo capaci di rendere tutto questo metabolizzabile per la mente di bambini e ragazzi?

Quand’anche proteggessimo i più piccoli dagli aspetti più brutali della pandemia – le ospedalizzazioni, i lutti, l’angoscia di un’economia che rischia il tracollo – non è possibile evitare loro il contatto con l’ansia, la paura, l’incapacità di dare risposte sui tempi e l’andamento di ciò che sta accadendo.

I miei figli difficilmente fanno domande dirette sulla pandemia, ma di notte si svegliano spesso: qualche incubo irrompe nel loro sonno, come le sirene delle ambulanze squarciano il silenzio surreale delle nostre città vuote.

Gli adolescenti costretti a casa: cupi, distanti e preda dell’impotenza

Gli adolescenti, che nel primo periodo di diffusione dell’epidemia sembravano negare il pericolo e continuare con sfacciata avventatezza la propria vita di sempre, ora sono costretti a casa, a stretto contatto con genitori e nonni, per preservare i quali devono affrontare l’isolamento. Sono per lo più torvi, cupi, distanti. Alcuni si sentono sopraffatti dall’ansia e dall’impotenza e diventano irascibili e reattivi. Le loro spinte emancipative, spesso conquistate con fatica, ora devono essere sacrificate: la fantasia di uccidere il genitore si sovrappone traumaticamente con i rischi del contagio.

Un’esperienza che nessuno ha mai affrontato

È già così difficile scoprire l’adulto nel suo limite, sembra quasi intollerabile vederlo inerme e impotente di fronte ad un’esperienza che nessuno, né figli né genitori, ha mai affrontato. Fino a ieri noi e i nostri figli eravamo accomunati dalla fortuna di essere vissuti in un mondo prospero, lontano da guerre, carestie e pandemie. Ora, in modo imprevedibile e repentino, ci troviamo tutti scaraventati in uno scenario destabilizzante e ignoto.

Ce la faremo? Ce la faranno? La mente oscilla tra le memorie antiche e l’idea di un futuro ancora più remoto, quello in cui l’epidemia sarà solo un ricordo lontano.

Si riaffacciano i ricordi degli anziani, le voci di coloro che, oggi così fragili, ci hanno raccontato la guerra in una veste che riusciva a essere amara ma anche dolce: un momento che ha imposto l’attraversamento di sofferenze brutali e traumatiche, ma che nel tempo ha potuto essere recuperato e rielaborato.

L’elaborazione e la ricostruzione di un senso

Il tempo, che oggi ci è così greve nell’isolamento e nell’angoscia, tornerà a scorrere ai ritmi usuali e a permettere l’elaborazione e la ricostruzione di un senso: arriverà un giorno in cui noi e i nostri figli potremo raccontare di quanto è accaduto in quella primavera, e di come ciò ha segnato un prima e un dopo. Forse non dobbiamo aspettare: dobbiamo trovare fin d’ora, per i nostri figli e i nostri pazienti, parole oneste e affettuose che li accompagnino in questa tratta, aiutandoli a tollerare l’attesa.

Se saremo stati abbastanza vicini a noi stessi e alle persone che amiamo, un domani non troppo lontano ci ricorderemo di come la malattia ha modificato il nostro senso del limite, della responsabilità, della collettività e del prenderci cura. Ci scopriremo più fragili, forse più umani. E potremo, almeno questo è l’auspicio, insegnare ai nostri figli che i virus e le sofferenze fanno parte della vita, ma che dentro di noi abbiamo una mente in grado di elaborare il dolore e di tollerare il contatto con l’ignoto.

Leggi anche l’articolo: Preoccupazione e tenerezza.

Se hai bisogno di aiuto visita la pagina: Affrontare il coronavirus: il nostro supporto.

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