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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Preoccupazione e tenerezza

Di Laura Ambrosiano

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Giorgio De Chirico – Genealogie d’un réve – 1927-1928

Inizia la primavera e noi la guardiamo da dentro le nostre case, o al massimo affacciati sui nostri terrazzini o alle nostre finestre. Ci guardiamo da lontano. Sentiamo un flusso di comprensione per gli sconosciuti che possiamo solo intravedere, per gli amici che non possiamo abbracciare.

Il confine sottile tra preoccupazione e panico

In questi giorni noi psicoanalisti, come tutti i colleghi psicoterapeuti, facciamo le sedute in remoto, per telefono o via Skype, e ascoltiamo molti pazienti, adolescenti e adulti e anziani, mentre cercano di orientarsi sul sottile confine tra preoccupazione e panico. Tanti sembrano osservare sgomenti la difficoltà di genitori, fratelli, amici, a sviluppare la capacità di preoccuparsi senza temere per questo di cadere in panico o in depressione. Tenere la rotta tra il diniego e il panico non è semplice. Del resto alla epidemia in Cina all’inizio abbiamo tutti reagito con il diniego: “succede lì”, lontano, “non ci riguarda”, “il nostro occidente è immune”. Ora le fantasie di autosufficienza e di immunità sono crollate in un risveglio brusco.

Stiamo in casa, e intanto tra noi si fanno strada tensioni nei rapporti, anche in quelli familiari, proprio rispetto agli spazi della casa: i ragazzi si accorgono di colpo che la loro camera non è considerata dagli altri membri della famiglia uno spazio privato, oppure che in casa la funzione delle porte e delle chiavi è sempre stata ignorata; o anche che portare fino in fondo un litigio rischia di invadere l’intimità dell’altro, che occorre arrestarsi sulle soglie, non solo delle camere, ma degli equilibri psichici che ciascuno ha potuto costruirsi.

La paura, la convivenza e i modi inaspettati di rispettare l’altro

La solitudine è insieme cercata e temuta, ma non è più la stessa cosa rispetto a prima della pandemia di coronavirus, adesso non abbiamo la possibilità di modulare il nostro personale ritmo tra contatto e ritiro, tra scambi e isolamento nei propri pensieri. Il nostro ritmo può interferire con quello degli altri che hanno esigenze e ritmi diversi. La convivenza richiede e fa scoprire modi inaspettati di rispettare l’altro, di curare le relazioni perché non si addensino di odio e violenza per la diversità. La convivenza diventa delicata perché sullo sfondo è presente la paura di morire, come evento concreto, e di morire in solitudine.

Allora, come “il re in ascolto” della novella di Italo Calvino, ascoltiamo il corpo, il corpo manda segnali misteriosi, accolti con timore, con ansia, come se in una parte sconosciuta di esso s’annidasse una minaccia, la morte, un pericolo sepolto dentro di noi. Ma no, dice a se stesso il re, è tutto secondo le regole stabilite, il corpo obbedisce, ho in pugno la situazione…
Ma non abbiamo in pugno la situazione e l’impotenza sembra una condizione, solo pochi giorni prima della pandemia di coronavirus, inimmaginabile.

Superare l’impotenza causata dal coronavirus percependo la tenerezza

Ma il nostro re della novella di Calvino si dice: non devo fissarmi sui rumori del corpo, devo ascoltare la città, è il respiro della città che devo ascoltare, un respiro in questi giorni rotto, ansimante, appena udibile. Allora una canzone, una risata di bambino da una casa con le finestre aperte, una musica, riaprono la via per sentire i desideri, proprio quelli che nella foga di conquistare le cose avevamo dimenticato. Il desiderio, primo fra tutti, di toccarci, di stringere le mani, di abbracciarci, non di “fare” sesso ma di avere incontri intimi e intensi.
In questi momenti possiamo avvertire la tenerezza per noi, per gli altri e per il nostro fragile mondo, la corrente di tenerezza proprio verso la nostra fragilità e il nostro limite.

Leggi anche l’articolo: Freud – la serie.

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