skip to Main Content
Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Genitori-figli: la crescita, la cura

Si vuole qui inaugurare una nuova rubrica intitolata Genitori-Figli: la crescita, la cura. La pagina nasce in seno ad un gruppo di ricerca del Centro Milanese di Psicoanalisi composto da psicoanalisti esperti dell’età evolutiva e della relazione tra genitori e figli.

IL LAVORO DI CURA

“Per il bambino, l’oggetto è l’aria emotiva che respira in un certo ambiente,
e che come per le condizioni metereologiche può andare incontro a improvvisi cambiamenti «climatici»”
(Winnicott, 1971)

Autore: Francesca Mapelli, studentessa del Liceo Artistico Giacomo e Pio Manzù di Bergamo

“L’insieme dei sogni in una notte nello stesso igloo è considerato come un solo discorso tenuto dalla collettività attraverso ciascuno dei suoi membri.” (Eiguer et al, 1983)

Il “lavoro di cura” si colloca nello scenario di movimenti impliciti nelle relazioni genitori-figli nel percorso di crescita: relazioni tra generazioni, tra vita psichica e realtà esterna, tra passato e futuro, tra presenza e assenza, tra lutto e paura della morte, tra disperazione e sollievo che riconquista il piacere e la gioia.

In questo scenario complesso si articolano figure diverse di curanti: genitori e loro sostituti, insegnanti, educatori, istituzioni. Ciascun curante è chiamato a fare la propria parte, con copioni previsti e prevedibili, ma che richiedono improvvisazione creativa nei momenti di “crisi”, le quali possono provenire dall’interno della famiglia o dall’esterno, con diverse misure di gravità.


La cura come adattamento ai bisogni

Le due citazioni in exergo fanno da cornice all’apertura di questa pagina di approfondimenti ispirati al “lavoro di cura”.

La prima, per la sua qualità di dire in una sola frase che non c’è “figlio” se non in relazione con l’ambiente in cui vive, con lo stile delle cure, le credenze e le variazioni dello stato emotivo dei curanti, che toccano il suo corpo, i suoi sensi, la sua mente, in modo unitario. Nello stesso tempo parla del suo bisogno di costanza nel tempo e della sofferenza per i bruschi cambiamenti che producono improvvise rotture dei ritmi e della prevedibilità, ingrediente del bisogno di sicurezza.

La seconda raccoglie nella metafora dell’igloo il significato della condivisione delle atmosfere emotive, in espansione dal gruppo famigliare a un esterno collettivo sempre più ampio, come onde interattive. Ma esprime anche l’opposto isolamento che chiude in un “rifugio” l’individuo e le sue relazioni interne, congelando il movimento dinamico verso l’accrescimento e le connessioni con l’esterno.


Le crisi aiutano a crescere?

 Quelle crisi che diffondono il disagio “ordinario” nella vita quotidiana, che richiedono costante manutenzione; quelle che diventano straordinarie per eccesso di turbolenza o ristagno atmosferico e che conosciamo nelle stanze di terapia; quelle che diffondono disagio “straordinario” con la qualità traumatico-catastrofica dei terremoti e la contagiosità dei virus Covid del millenio global, quale è il portato critico attuale che irrompe nelle nostre vite ormai da un paio d’anni.

Intendiamo inserirci nell’interdipendenza di questi “momenti critici”, una interdipendenza che crea masse di perturbazioni atmosferiche, aggravando le atmosfere emotive interne e come nella favola dei tre porcellini fa risaltare la fragilità delle strutture, quelle individuali e quelle degli igloo, quella dell’umanità stessa, con l’allarme di una “generazione Covid”.


Una psicoanalisi aperta alla collettività
 

Ci inseriamo come psicoanalisti e quindi come terapeuti, e come attori della scena che prevede collaborazione tra i curanti, per portare il punto di vista psicoanalitico, coniugando l’esperienza nei diversi setting di cura con l’esperienza personale che ci accomuna in un disagio pandemico, facendo nostro il pensiero di Freud a proposito della prima grande guerra allora in corso: “Senza la possibilità di considerare con distacco i grandi mutamenti che si sono compiuti o che si stanno compiendo, o di prevedere l’avvenire che sta maturando, noi stessi non riusciamo a renderci conto del vero significato delle impressioni che urgono su di noi, e del valore dei giudizi che siamo indotti a pronunciare”.
(Si veda anche la rubrica del fatto scelto)


La cura tra vitalità e intimità

 Ma vogliamo però alleggerire il manto di oppressione che lo induceva a scrivere: «So per certo che né io né i miei contemporanei rivedremo mai più un mondo felice. Tutto è troppo orribile… l’umanità sembra invece essere morta davvero”. Confidando nelle teorie dello sviluppo e nelle ricerche neuroscientifiche, le quali confermano che “Il neonato è predisposto per una interazione “polifonica” con l’ambiente…forse non ci siamo ancora dati la possibilità di renderci conto che è un disegno della natura essere pre-adattati a gestire più di una relazione” (Stern 1998), intendiamo sollecitare e preservare la vitalità di questa predisposizione anche nell’adulto che possa attingere a umane risorse e resistere all’urto degli eventi traumatici. Intendiamo ricorrere e orientare verso “funzioni genitoriali” capaci di generare riflessione, contrastando disperazione e distruttività. “Contiamo che sarà accolta con favore ogni minima indicazione che aiuti a ritrovarsi a proprio agio, almeno nell’intimo”.


Una nuova pagina: Genitori-Figli. La crescita, la cura.

La vita di questa pagina è affidata a un gruppo di colleghi con esperienza clinica specifica nell’ambito dell’età evolutiva e vede presenti i responsabili del Servizio di Consultazione del Centro milanese di Psicoanalisi e del Centro di Consultazione e Terapie Psicoanalitiche.  È un “igloo” riscaldato dalla passione per il proprio lavoro e dalla responsabilità etica che spinge a incrociare i bisogni, le inquietudini, le difficoltà che dal mondo esterno portano il rumore turbolento dell’“onda anomala di crisi”.


IL RITORNO ALLA “NORMALITA’”

In questo momento “il fatto scelto” nell’onda anomala riguarda il ritorno: riaprire le attività, tornare a scuola e nei luoghi collettivi, tornare alla libertà, alla normalità, riprendere la vita.  Con oscillazione tra desiderio e paura che trattiene nel rifugio, tra eccesso di eccitazione e mortificazione del movimento vitale.

Anche nel nostro “igloo” qualcuno ha fatto un sogno. Vogliamo considerarlo un sogno collettivo e iniziare da questo. Il sogno ci permette di guardare a un ritorno fondamentale: quello  che dalla vita notturna trasporta nella vita del giorno lo stato delle cose: è un ritorno che attende riguardo e ascolto, compartecipazione, lavoro di cura per tornare alla realtà e alle sue possibili trasformazioni.


Due giorni fa, una madre fa un sogno

 Sono a cena a casa di amici con la mia famiglia, una situazione assolutamente familiare, fino a qualche tempo fa. Siamo a un piano alto.  Esco sul terrazzo che, improvvisamente, si trasforma in una specie di giostra. Tutto inizia a girare. Attaccato al parapetto, dalla parte esterna, il più piccolo dei miei figli gira, divertito, in questo turbinio.

 Sono invasa da un senso di terrore che mi paralizza, impedendomi di riuscire a fermare la giostra così da poterlo prendere. Chiedo a qualcuno, a mio marito credo, di farlo per me. Lui ferma la giostra, più per calmare me che per la percezione di un pericolo reale.

Riprendo fiato. È salvo”                                                                                             

La madre racconta al marito il sogno e tutto il senso di angoscia che le ha lasciato.

“Lui si stava divertendo moltissimo, immagino. Conoscendolo…” commenta.

Si, lui si stava divertendo moltissimo.

La madre si ritrova spaventata da una libertà “ritrovata”. Spaventata dal pensare che l’idea dei bambini “fuori” è diventata più angosciante della fatica dei bambini a casa, che è al tempo stesso sicurezza.

Quella fatica della separazione che pensava di avere, egregiamente, affrontato, le si ripropone, in un mondo che le fa più paura di prima, in cui ha meno fiducia.

Lui, però, si stava divertendo moltissimo. Ebbene, ripensando al sogno, la madre riflette che il pensiero sottostante, il desiderio inconscio se vogliamo, possa essere proprio questo, quello di permettere ai figli di non perdere la gioia, la fiducia e pure l’incoscienza cui hanno diritto, a causa delle paure dei genitori. Accettare che possano ancora sentirsi liberi, senza che questa libertà faccia loro paura.

(contributo di Silvia Calvo)


Una madre sogna, una madre e un padre (con il nome di padre e madre si intenda “chi si prende cura”, in un legame affettivamente significativo e continuativo) parlano del sogno decifrandone un significato che fa emergere l’essenziale invisibile nel sogno: è un accoppiamento di menti che costruisce un transito, un ponte per il ritorno alla realtà. Il loro parlarne costruisce un trait d’union, un traghetto per passare dal contesto angosciante della mente notturna ai pericoli reali del giorno, e il risveglio si manifesta con accompagnamento a mettere i piedi per terra, nel tempo attuale.


Conoscere un figlio, conoscere se stessi

La realtà non perde la traccia della preoccupazione, ma in essa si può distinguere la paura del bambino da quella dell’adulto, separando i tempi, gli umori e i bisogni dell’uno e dell’altro, mantenendo le proporzioni adeguate delle differenze e delle responsabilità tra l’uno e l’altro. Pur volgendo lo sguardo altrove, distraendo dall’angoscia, il padre inserisce un richiamo a vedere il bambino… “conoscendolo”. “Conoscendo il bambino” (un bambino che immaginiamo “pieno di impulsi vitali”!), ravvisiamo quell’anelito all’assoluta libertà e desiderio di svincolarsi da limiti e regole che l’adolescente pretenderà come diritto all’uscita nel mondo.

Se il sogno ha la qualità dell’incubo, il ritorno alla realtà trova innanzitutto il sollievo di essere sopravvissuti, ma nello stesso tempo riavvia il necessario sguardo mentale per riorganizzare le connessioni, disgiungere ciò che è confuso, ricollegare ciò che è disgiunto, contenere l’eccesso. Se permane la disgiunzione possiamo immaginare i prodromi di un attacco di panico, con l’effetto della paralisi e del rifugio in uno stato di isolamento che trattiene dall’uscire nel mondo, conservando l’impronta traumatica dell’impotenza. All’opposto, possiamo trovare l’attrazione esaltante che nega il pericolo e il timore, in balia di una pulsione centrifuga verso l’eccitazione senza limite e contenimento, sospesa sul vuoto di pensiero e sulla solitudine, con l’illusione del volo e della separazione del divertimento dal resto della vita, quando questa si riempie di eccesso di pena: una atmosfera climatica che ci avvolge e che respiriamo nello smarrimento, al tempo dei Covid 2000, con filtri e maschere che non hanno sempre l’efficacia di evitare il contagio della mortificazione, nell’alterazione delle condizioni di vita.


Ritornare, sognare, creare

Noi pensiamo che nello sfondo dell’accoppiamento complementare delle menti genitoriali,  il gruppo, in cui il sogno è ritornato, abbia svolto la sua parte di collettivo che contiene gli opposti: ha condiviso uno stato di impotenza di fronte alla esposizione ripetuta di eventi rischiosi e l’angoscia di un “fine pena mai”, ma una  elaborazione sinergica ha sollecitato una attività mentale proattiva, in cui  libertà e consapevolezza del limite, anche delle cure, si tengono per mano e fanno amicizia, agganciando l’eccesso a un principio di regolazione. Una regolazione che consenta di esprimere in sicurezza l’impulso vitale al divertimento, inteso come ciò che “può servire a sollevare l’animo dalle cure quotidiane, dalle fatiche del lavoro, dalle preoccupazioni, mantenendo il senso del gioco creativo”. Quel gioco in cui si esplora e si crea il mondo, usando l’ingrediente dell’illusione infantile che accompagna il gioco allenando all’espressione e all’invenzione, rendendo visibile ciò che (ancora) non è possibile, costruendo ponti tra finzione e realtà, relazioni costruttive tra le persone.

Let’s play again, se il gioco diventa una attività curante: un salto del pensiero nell’immaginario, con la fiducia nell’abbraccio di altri.

Claudia Balottari
Milano, Maggio 2021

Bibliografia

Bollas C. (2015). La psicoanalisi nell’epoca dello smarrimento: sul ritorno dell’oppresso. Rivista Psicoanal., 61(2):411-434

Eiguer A., Ruffiot A., Perrot J., Terapia familiare psicoanalitica, Borla, Milano, 1983

Stern D., Le interazioni madre-bambino, Cortina, Milano, 1998, p. 192

Winnicott DW, La funzione dello specchio della madre e della famiglia nello sviluppo infantile, in Gioco e realtà (1971), Armando, Roma 1983, p. 192

Back To Top