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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Punti di vista riflessioni sulla pandemia tra perdita e desiderio: il pensiero di Eugenio Borgna

N° 1 del 27/07/2020

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Chiesa di Santa Maria delle Grazie, Milano, 17 maggio 2020. Foto di Silvia Lepore

 

Il pensiero di Eugenio Borgna

Terminata la fase di isolamento ci sentiamo collettivamente contagiati – ma anche accomunati – dall’atmosfera emotiva della pandemia. Ci interroghiamo su ciò che abbiamo vissuto e che stiamo ora vivendo. Vorremmo conoscere il suo pensiero al riguardo: in particolare quale è il suo punto di vista, come psichiatra e saggista, sul vissuto di perdita che ci accomuna e sulla nuova percezione di bisogni e desideri con i quali ci stiamo confrontando oggi?

Le riflessioni che seguono le vorrei dedicare al ricordo di Lorenzo Calvi al quale sono stato legato dal primo giorno in cui sono giunto a Milano nella Clinica Universitaria agli ultimi tempi della sua vita. Sono riflessioni che Lorenzo avrebbe svolto seguendo modelli di pensiero originali e profondi. È sempre stato il migliore nel nostro gruppo di neurologi che si sono convertiti in psichiatri e indicibile è sempre stata la sua capacità di rivivere le attese, le speranze e il dolore delle persone amiche.

 

Cambimenti di vita radicali nel tempo del Coronavirus

Nel tempo del coronavirus sono riemersi cambiamenti di vita radicali, e ciascuno di noi li ha vissuti in modi diversi: condizionati dalle esperienze interiori ed esteriori della nostra vita. Sono state esperienze che non abbiamo conosciuto in fondo se non siamo abituati a guardare in noi stessi, nella nostra interiorità, come ci invita a fare sant’Agostino, in interiore homine habitat veritas, così da dare un senso a quello che è avvenuto, e ancora avviene. Un senso che è cambiato nella misura in cui si sono articolate le condizioni esteriori della nostra vita: l’età, la presenza, o la assenza, di malattie, le condizioni familiari e sociali, la formazione culturale, la presenza, o la assenza, di fede e di speranza, di lavoro, e di amicizie.

Il nostro modo di essere, o di non essere, in dialogo con la realtà lacerante del coronavirus, è stato condizionato (anche) da questi aspetti esteriori della nostra vita, ai quali si resiste molto meglio, quanta più interiorità è in noi.

La conseguenza più immediata del coronavirus è stata quella di averci indotti ad interrompere le nostre abituali relazioni sociali: non uscendo di casa se non con grandi limiti, e a costo di grandi sacrifici. Non siamo stati più liberi di fare scelte legittime, e ci  siamo confrontati con il tema della solitudine, soli con la nostra famiglia, e talora soli nella nostra famiglia. Ma non c’è una sola solitudine, e dal modo, con cui è stata vissuta nel tempo del coronavirus, essa può essere stata fonte di riflessione, di silenzio interiore, di ascolto e di colloquio, di comunione e di preghiera, nel non lasciarci travolgere dalle paure della malattia, e della morte, ovviamente giustificate, ma, se generalizzate, non ci hanno consentito nemmeno più di distinguere il bene dal male. Nulla di paragonabile, certo, alle conseguenze (anche) psicologiche della guerra, che stravolge ogni aspetto e ogni momento della vita, consegnandoci inermi alla violenza del male, e alla morte.

Il coronavirus ci ha tenuto chiusi in una solitudine dolorosa che talora continuava anche quando si usciva di casa, e si vedeva magari dall’altra parte della strada una persona, considerata quasi nemica, con la quale non si scambiava nemmeno uno sguardo, temendo di essere avvicinati, e contagiati. Sono state settimane, così, in cui la solitudine è stata interna ed esterna, involontaria e volontaria, l’una e l’altra generata dalla paura, non solo quella giustificata dal contagio e dal morire, ma anche quella decontestualizzata e generalizzata, che non ci consentiva di distinguere un pericolo reale da uno immaginario, e che ci isolava da tutti.

Le immagini e la vicinanza della morte

Vorrei ripensare ora alle immagini della morte che, sia pure in modi diversi, sono state presenti in ciascuno di noi, inducendoci ad allontanarci da ogni forma di dialogo e di contatto con gli altri, e di immergerci in una solitudine sempre più radicale.

Le immagini della morte, causata da un nemico sconosciuto, che ci avrebbe potuto raggiungere in ogni momento, e in ogni luogo, giungevano dalla televisione e dai giornali, e destavano risonanze angoscianti agli occhi soprattutto di persone fragili, o malate. Non è stata la morte, che, come nel bellissimo film di Ingmar Bergman, Il settimo sigillo, si fa riconoscere, indugia, e accetta di giocare la partita a scacchi con Antonius Block, il nobile cavaliere svedese, che, perdendola, muore, ma è stata la morte che giunge improvvisa, e senza farsi annunciare. Certo, non è stato forse possibile vivere in solitudine senza essere almeno lambiti da una angoscia, che la convertiva da un momento all’altro nel deserto dell’isolamento. Non solo la paura del contagio, e le immagini della morte, rendevano dolorosa la solitudine, ma anche la esperienza del tempo, del tempo dell’io, del tempo vissuto, che non scorreva più nella sua agostiniana circolarità dal passato al futuro, ma si arenava in ore che non passavano mai divorate dalla noia. Si viveva nel presente , e nel passato, non nel futuro, che, immersi nell’angoscia della morte vicina, non si riusciva a progettare, e nemmeno ad immaginare.

L’immagine della morte mai ci è stata così vicina, come nelle prime settimane della pandemia, e mai così profonda ne è stata la solitudine. Morivano persone anziane, e talora non ancora anziane, straziando i nostri cuori nel vedere una morte senza nome e senza memoria, una morte così estranea alla presenza dei familiari, e delle persone amiche, alla meditazione e alla preghiera. Morivano medici e infermieri, consapevoli di poter morire con i loro malati, testimoniando la fedeltà ad un indicibile ideale vocazionale e umano, e ad un grande coraggio. Saremmo stati capaci di seguirne l’esempio? Sono state scelte, quelle di medici e di infermieri, che non si sarebbero immaginate in una società, come la nostra, sempre più divorata anche nelle scienze mediche dalla tecnologia, dall’homo faber e dall’homo robot.

Nel fluire delle settimane di solitudine avremmo dovuto prendere coscienza della morte sempre possibile, delle nostre fragilità, delle nostre insicurezze, degli orizzonti di senso della solitudine e dell’isolamento, e anche dei valori dell’ascolto e del silenzio, del raccoglimento e della solidarietà, della nostalgia e del rimpianto, della gentilezza e della tenerezza. Sono stati d’animo, sono modelli di vita, che saranno ancora presenti in noi, quando la pandemia guarirà, e la solitudine non sarà dolorosa, e ambivalente, come quella, che ci ha accompagnato nel corso di queste settimane, che sono sembrate mai finire?

Cosa si salverà in noi, nella memoria e nella vita pratica, di queste settimane di indicibile dolore dell’anima e del corpo? La speranza non può se non essere quella che ne nascano nuovi motivi di riflessione sulle nostre umane fragilità, sui nostri limiti, sulle nostre sicurezze infrante, sulle nostre inutili ricchezze, ma anche sugli immensi valori di comunione, e di solidarietà, testimoniati da medici e da infermieri, da volontari e da sacerdoti, da persone semplici e coraggiose. Ciascuno di noi cresca in umiltà, e in generosità, in idealità e in fiducia, in fede e in carità, e ritrovi slanci di speranza in nuovi orizzonti di vita.

Eugenio Borgna

Eugenio Borgna libero docente in malattie mentali, psichiatra ad orientamento fenomenologico, saggista.

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