Il DISAGIO PSICHICO IN ETÀ EVOLUTIVA
Intervista a Laura Colombi (seconda parte)
Se Fantàsia muore. Occuparsi del disagio psichico attuale di bambini e adolescenti ci mette di fronte a forme di isolamento sempre più diffuse nella nostra epoca.
Nel celebre film di Ridley Scott «Blade Runner» gli abitanti di una megalopoli futura camminano per le strade con lo sguardo rivolto agli schermi digitali che hanno di fronte. Non guardano l’ambiente intorno e nemmeno i loro simili. Un’anticipazione dell’uso attuale delle nuove tecnologie nei giovani e meno giovani?
“Blade Runner”, 1982, è uno di quei film cult che per qualità narrativa, visionaria e formale supera i limiti del tempo. A mio parere un film paragonabile solo al capolavoro di F. Lang, “Metropolis”, con cui condivide la straordinaria capacità comunicativa nei contenuti (la cieca dis-umanità del sistema economico sociale), nel design simbolico e nella colonna sonora particolarmente evocativa. Proprio per le sue qualità “Blade Runner” è un film su cui è stato scritto molto.

W. Bischof, Drawing a house, 1945
Si è scritto sul suo essere una sorta di noir futuristico (ma un futuro, il 2019, che è ieri per noi e per questo ancor più inquietante) e sull’aver rovesciato l’idea dell’automa ribelle, introducendo il tema filosofico più profondo della simbiosi tra replicanti e protagonista umano, quanto mai attuale oggi, pensando alla complessità problematica dell’intelligenza artificiale. Non ultimo si è evocata la sua capacità di ambientare il degrado che può esserci nel progresso, tema connettivo del film. La città pullula di grattacieli e baracche, una città-incubo, dispersa in un labirinto di palazzi e nebbia, di cui il regista Ridley Scott riesce quasi a far sentire l’aspetto sensoriale dell’odore del degrado. Esperienze sensoriali estreme che gli psicoanalisti a tu per tu con forme estreme di “degrado” mentale, ben conoscono.
È in questo ambiente sociale disumanizzato che il protagonista si muove in solitudine e, alienato da ciò che lo circonda, appare totalmente slegato dal contesto in cui si aggira. La solitudine mi sembra essere la grande protagonista del film. Un film tanto metaforico quanto tragicamente predittivo: in un mondo di solitudine s’impone una dittatura del visivo – i grandi schermi che cannibalizzano l’individualità e intrudono nello spazio personale -. Si impone il culto del visivo e, per rispondere alla domanda, sì, possiamo pensare che questa sorta di dittatura-video richiami evidenti eccessi dell’uso delle tecnologie, che da “servitori” funzionali all’uomo, rischiano di diventare i suoi “padroni”, trascinando giovani e meno giovani in realtà virtuali confondenti, che finiscono con l’isolare ancor di più l’individuo in un pericoloso circolo vizioso.
In un suo intervento alla Casa della Cultura[1] ha ripreso la frase di Louise Bourgeois: “Quando si soffre ci si può ritirare e proteggere. Ma la sicurezza della tana può anche essere una trappola”. Ci vuole dire qualcosa su questo argomento?
Quella serata alla Casa della Cultura aveva come titolo: “L’esperienza del dolore nel mondo contemporaneo”. Nel mio intervento scelsi come esordio la frase della Bourgeois ricordata e l’immagine di un suo quadro del 1970, raffigurante una spirale, perché mi sembrava mettessero in scena, con l’incisività comunicativa del linguaggio artistico, il punto attorno a cui ruotava il mio contributo specifico alla serata.
Il dolore è un’esperienza somatopsichica che attiva ‘difese’. Il ritiro psichico, come distacco mentale, che sottrae il soggetto al contatto con sé e con la realtà, è una di queste difese. Ma quella che può essere una difesa momentanea e adattiva, a fronte di situazioni altamente traumatiche, mi sembra stia ‘mutando’ la sua natura in direzione di un pericoloso sistema di dis/funzionamento individuale e sociale, che mina sempre di più la capacità di pensare, di vivere ed elaborare la sofferenza, rendendo così monca la personalità di una componente essenziale allo stare al mondo.
La difesa (qualunque difesa) da un lato “protegge”, come scrive la Bourgeois, cioè preserva dalla sofferenza, dall’esperienza traumatica e dal dolore che ne deriva, ma la difesa stessa può diventare anche una “trappola”, nella quale il soggetto rimane ingabbiato, scivolando in una spirale (soggetto prediletto delle opere di Louise Bourgeois splendidamente evocative in questo senso), che lo aliena sempre di più dal contatto non solo concreto, ma soprattutto emotivo/affettivo, con sé stesso e con la realtà, restringendo la potenzialità del nostro “apparato per pensare i pensieri”, nella bella definizione di Bion.
Mi sembra evidente tuttavia – senza essere pessimista, ma direi realista – che sempre più spesso e in aree sempre più estese, ci stiamo confrontando con un indebolimento del funzionamento dell’apparato per pensare: un apparato tendenzialmente sostituito da modalità di scarica della tensione istintuale nel corpo o nell’azione (corpi manipolati, azioni individuali e collettive che costellano lo spazio sociale, ‘agite’ in assenza di consapevolezza). Modalità tese a evacuare difensivamente accumuli di grovigli emotivi irrisolti. Un apparato per pensare azzoppato anche da funzionamenti di carattere mimetico, che divengono protesi sostitutive d’identità fragili e compiacenti al pensiero dominante. Il fenomeno degli influencer rende ad esempio iperbolica la teoria del desiderio di Renè Girard: “desideriamo sempre il desiderio dell’altro”.
In sintesi, funzionamenti che evidenziano crisi identitarie individuali e gruppali sempre più diffuse, che sembrano essere vere e proprie malattie latenti della contemporaneità, malattie che eventi traumatici inaspettati e violenti, hanno slatentizzato e acutizzato.
[1] Gli incontri del ciclo “Frontiere della Psicoanalisi” sul tema: “Psicoanalisi, individuo e società alle prese con il caos”, a cura di Laura Colombi e Giovanni Foresti, sono reperibili in streaming sul sito della Casa della Cultura (https://www.casadellacultura.it/casa-della-cultura-videoaudio.php ).