Il DISAGIO PSICHICO IN ETÀ EVOLUTIVA
Intervista a Laura Colombi (terza parte)
Se Fantàsia muore. Occuparsi del disagio psichico attuale di bambini e adolescenti ci mette di fronte a forme di isolamento sempre più diffuse nella nostra epoca.
In «Melancholia» di Lars von Trier una giovane madre attende insieme al figlio la collisione del pianeta che metterà fine alla vita sulla terra, in una tenda senza copertura; un riparo fragilissimo contro la forza degli eventi. Quanto questa immagine può ricordare le condizioni psichiche che madri e bambini si trovano talvolta ad affrontare?
Questa è una domanda complessa. Complessa perché il film di Lars Von Trier è un film complesso (amato o odiato peraltro dal pubblico), che intreccia il tema dell’apocalisse, che nel film è primariamente quella interiore, a quello dell’apocalisse divina, della fine del mondo. È una trasposizione soggettiva, con bellissime immagini e moltissime citazioni, che il regista fa del suo tema di fondo: l’insoddisfazione dell’esistere. Un’insoddisfazione che qui troviamo sotto forma di depressione melanconica, come nel personaggio della giovane sposa Justine, che oscilla tra l’esplosiva gioia di vivere e la cupa depressione estatica della morte, o come nell’onnipotenza della sorella Claire, che ha costruito, difendendosi da un ambiente familiare vacuo e distante, un’identità basata sull’illusione di poter controllare tutto. Il pianeta Melancholia sembra essere una materializzazione che rispecchia la distruttività della vacuità del mondo stesso e quella dimensione melanconica dell’essere che Lars Von Trier vede ubiquitaria.

W. Bischof, Drawing a house, 1945
Tornando alla sua domanda, non saprei dirle se l’immagine finale della tenda, fragile, impossibile riparo dall’impatto catastrofico, possa essere rappresentativo delle condizioni psichiche che madri e bambini si trovano ad affrontare spesso nell’attualità. Da un certo punto di vista sì, se pensiamo alla fragilità delle protezioni reali e psicologiche a cui le donne e l’infanzia possono affidarsi di fronte a impatti esistenziali traumatici, ma da un altro punto di vista no, perché se stiamo nel contesto del film, nel finale assistiamo all’apoteosi della melanconia in cui la sofferenza si placa con l’arrivo di un evento tragico. Qui è thanatos che domina la scena. Nella vita che ci circonda donne e bambini, se sufficientemente sani, nonostante le difficoltà, lottano comunque per affermare eros, se pur con strumenti a volte, ahimè, molto fragili. Credo che ci siano ancora margini per non scivolare nel cupo pessimismo di Lars Von Trier.
Freud in «Ricordare, ripetere, rielaborare» (1914) definisce la relazione di transfert tra paziente e analista una «provincia intermedia tra la malattia e la vita.» Un’idea della cura psicoanalitica come spazio intermedio per riconnettersi all’esperienza della realtà.
Direi che tra i molteplici modi di inquadrare la cura psicoanalitica, quello di pensarla come “spazio intermedio per riconnettersi all’esperienza della realtà” è uno di questi. Aggiungerei però che dobbiamo sempre tener presente il doppio versante del termine “realtà”, se pensiamo in senso psicoanalitico: la realtà intesa come realtà oggettiva, esterna al soggetto, ma anche la realtà intesa come funzionamento interno del soggetto, con dinamiche, fantasie e distorsioni soggettive che nascono e si insediano quando “qualcosa va storto”.
Dopo Freud, M. Klein, W. Bion, D. Winnicott hanno via via pensato alla cura psicoanalitica come un luogo- spazio capace di attivare trasformazioni in cui possano insediarsi funzionamenti meno primitivi, un luogo-spazio in cui possano nascere pensieri, un luogo-spazio intermedio, dove possa insediarsi la potenzialità creativa del soggetto, dove la “fantasia” possa aver luogo.
L’esperienza clinica, con bambini e adulti mi ha portato a porre particolare attenzione alla qualità della fantasia di cui il paziente fa uso. A cogliere, cioè, quelle “lievi differenze”, come le chiama Winnicott nel suo lavoro “Sogno, fantasia e vita reale”, tra fantasia (fonte della creatività soggettiva in tutte le sue forme) e fantasticheria, che giustamente Winnicott inquadra come un pericoloso funzionamento dissociato dalla realtà interna ed esterna, derivato da un collasso precoce dell’esperienza fondante dell’illusione. In due recenti lavori, apparsi rispettivamente sulla Rivista e su Psiche[1], ho scritto come in una dimensione sociale ad alto tenore traumatico, come quella che si sta vivendo, si creino i presupposti per il fallimento della “sana” esperienza illusionale infantile. Fallimento che favorisce la ‘fuga’ verso claustri fantasticanti autocreati illusori, carichi del piacere dell’onnipotenza, per ‘evadere’ dal senso di impotenza vissuto nel contatto con la realtà psichica e oggettiva traumatizzante. Anche per questo allora, per ricollegarmi alla domanda, possiamo intendere lo spazio di cura come quello spazio intermedio, transizionale, a cui è affidato il compito di poter far vivere al paziente, nel qui e ora, esperienze emozionali che non hanno potuto essere vissute là, allora. Uno spazio intermedio di cura sufficientemente sicuro e mobile dove si possa radicare quella creatività soggettiva che è potenzialmente sempre presente nell’individuo.
Per questo ho voluto accompagnare questa nostra conversazione con la bellissima immagine fotografica di Werner Bishof in esergo, particolarmente capace di farci ‘vedere’ – e credere – alla forza della creatività vitale infantile, in grado di resistere e sopravvivere alla distruttività delle catastrofi sociali, anche le più spietate.
… leggi qui la seconda parte …
[1] Colombi L. (2022), Attenti ai lupi: fattori di rischio nella clinica psicoanalitica infantile odierna, in Rivista di Psicoanalisi, 2022/3, Raffaello Cortina Editore, Milano; Colombi L. (2023), Il Mondo nuovo, ovvero: il futuro è un’illusione?, in Psiche, rivista di cultura psicoanalitica, 2/2023.