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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Il futuro. Che futuro?

Di Camilla Giraudi

È uno di quei momenti in cui sai che cambierà tutto.

Ma non sai assolutamente come.

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Edvard Munch – Melancholy – 1894-1896

È quasi un mese che ci misuriamo con questo coronavirus: il confronto è esterno, nella salute, prima di tutto, di fronte a un’ecatombe tanto spaventosa quanto surreale. È perturbante continuare a vivere le nostre case accoglienti e care, quando esplode una primavera precoce e bellissima, mentre in TV vediamo immagini raccapriccianti provenienti dalle nostre rianimazioni, a pochi passi dai parchi sotto casa, dove i vecchi e i runner continuano imperterriti a passare. Il rigurgito di una Milano che non si vuol fermare, o di quella vecchia che, forse, non vuole vedere oltre.

Il coronavirus e il contagio delle nostre sicurezze interne

Il confronto più spaventoso, a mio parere, perché meno chiaro ed evidente, è però il contagio delle nostre sicurezze interne, non soltanto nei termini delle più ovvie situazioni lavorative o economiche: la vita relazionale e sociale, così come oggi le intendiamo noi, saranno ancora possibili? Questo coronavirus attacca la relazione, la possibilità di incontrarsi, stringersi: ci fa sentire untori o diffidenti, abbiamo paura del contatto. Ma nello stesso tempo ci mostra quanto ne siamo bisognosi, desiderosi.

Una sensazione di smarrimento e paura

Allora, cosa ci aspetta? Ecco emergere le nostre paure, che originano da una sensazione di smarrimento: nella coltre ovattata di surreale silenzio, a cui fatichiamo ad abituarci, ci sentiamo come nei paesi fantasma del vecchio e lontano West. Non c’è più il rumore di sottofondo tipico della città, dei passi di chi cammina svelto, né delle voci di chi parla vivace col vicino o con un cellulare sempre all’opera. Niente tazzine che cocciano, cucchiaini che rimestano tintinnando, nel rituale del bar del mattino. Niente più odori e ritmi di un’epoca che sembra lontana, che sa già di gettone del telefono, di musicassetta del Festivalbar, di film in bianco e nero. Sapori romantici di oggetti che trasudano affetti: abitudini che sanno di persone, così lontane dalle asettiche nuove routine di disinfezioni e lavaggi.

Anche lo spazio non è più lo stesso di prima: l’ovvia certezza di spostamenti lampo ci abbandona e incontri un tempo scontati rischiano di diventare inaccessibili. E quand’anche ci troviamo gli uni accanto agli altri, lo spazio diventa una protezione e i due metri che ci separano rappresentano una distanza invalicabile, che lascia allo sguardo la responsabilità di una trasmissione emotiva che è preclusa al calore del contatto. Eravamo ormai abituati al contrario, alle relazioni a distanza, agli amici dell’Erasmus, ai compagni di viaggi transoceanici, ad amori stranieri, sicuri di accettare lavori lontani, che tanto bastava salire su un aereo e si era presto insieme. E l’attuale privazione ci appare assurda.

Quando finirà? Cosa finirà?

Ci si chiede quando finirà. Mi chiedo cosa finirà… non penso sarà possibile tornare allo status quo ante. Mi sento estranea a quella che ero fino a ieri, straniera nella mia solitudine, nei ricordi che si affollano di incontri, concerti, tavolate, abbracci, viaggi, congressi, balli. Mi chiedo se saranno ancora possibili, come e quando. O se gireremo tutti con guanti e mascherine, salutandoci con un cenno del capo, relegando i contatti a un più sicuro e sterile virtuale, come in uno spaventoso racconto di fantascienza.

Questi pensieri immalinconiti, legati alla paura di perdere il bene più prezioso, ci portano a rifugi del pensiero, nella speranza di poterci pentire chiedendo “scusa non lo faccio più” al mondo ferito per avere ancora un’altra possibilità, per poter brindare con i nostri affetti “alla salute!”, con la consapevolezza del significato di quell’augurio. Altrimenti, di colpo vecchi, ripeteremmo lamentandoci che “l’era inscì bella ier!”.

La psicoanalisi come sostegno

Mi aggrappo allora alla psicoanalisi, che nella crisi vede opportunità e ci insegna quanto sia necessario passare attraverso una posizione depressiva per poter crescere: sappiamo che attraversare il lutto dell’onnipotenza e fare i conti con la caducità ci rende adulti. Chissà se anche per la società valga la stessa cosa. Di certo questo coronavirus costringe tutti a pensare, laddove senza crisi, ultimamente, c’era quasi soltanto lo spazio per fare, fare sempre di più. Non solo dunque, la crisi apre spazi inediti al cambiamento, ma anche il contagio in sé può generare qualcosa di buono: come i mitocondri nelle nostre cellule, ci può far evolvere con una marcia in più, permettendoci di diventare più generosi nelle relazioni, più giusti nella politica, più cauti nelle speculazioni e rifondando un’idea di etica nelle nostre esistenze individuali e collettive.

Il lascito di questo Coronavirus

Chissà se e quanti di noi sapranno trovare nel lascito di questo Coronavirus, oltre alle perdite desolanti con cui dovranno fare i conti, anche una spinta a un cambiamento profondo del proprio mondo interno ed esterno, senza cadere nelle tentazioni del non pensiero: da un’adolescenza incentrata sull’“io”, “faccio”, “so”, “voglio”, a un’era adulta e responsabile del “noi”, “penso”, “dubito”, “desidero”: la fiamma della passione -per l’altro, la natura, il bello, la verità, per la vita- sarà la forza che ci potrà sostenere in questo passaggio così difficile e doloroso.

Se hai bisogno di aiuto visita la pagina: Affrontare il coronavirus: il nostro supporto.

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