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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Ricordo di Bianca Gatti

di Maria Neve Matuonto

Bianca Gatti era davvero una donna pioniera, coraggiosa, attenta ed appassionata esploratrice di luoghi interni ed esterni, vitale, moderna e femminile.
Malgrado un corpo delicato ed una salute che peggiorava nel tempo, ha saputo vivere una vita piena, impegnativa ed interessante, arricchita da qualche storia sentimentale.

La sua infanzia in Libia le ha lasciato il piacere del contatto sensoriale con la natura, l’amore per il vento ed il mare.
Era brusca, asciutta, ma sapeva essere gentile, accogliente; anche quando il suo corpo non le dava pace, cercava di andare oltre per non rinunciare all’incontro con una persona amica.
Restituiva affetto e grande gratitudine in cambio di piccole cose.
Aveva legami familiari forti, amicizie salde, provava un’intensa tenerezza per i nipoti.

Nel lavoro si circondava di persone preparate, competenti, intelligenti. Sapeva essere franca nel riconoscere gli errori propri ed altrui, ma anche e soprattutto apprezzare e dare valore a chi era capace di offrire un buon contributo.

Era una donna graziosa, amava i bei colori, le belle stoffe, gli ornamenti femminili, le perle, quelle raffinate e quelle più modeste.
Vivere una vita difficile (guerra, perdite, traversie della famiglia, una salute fragile) le ha permesso di arrivare nel lavoro, nelle supervisioni e nei rapporti con le persone subito al nocciolo, all’essenziale, a ciò che è davvero importante.

Giunse al Policlinico di Milano da Modena, sua città natale, a 29 anni, nel 1957. Fu prima caporeparto in un reparto di neurologia, poi direttrice di un reparto psichiatrico e docente universitaria alla Facoltà di Medicina e Chirurgia. Vi rimase fino alla pensione, impegnandosi con autentico interesse umano e professionale nella cura delle persone ricoverate, attenta anche ai bisogni delle loro famiglie e del personale.
Si dedicò all’insegnamento universitario stabilendo rapporti significativi con gli studenti. Era d’accordo con loro sulla necessità di cambiare l’università, oltre che le organizzazioni e le istituzioni per la cura dei malati, ma era anche un’insegnante autorevole.
Erano anni di cambiamento, inquieti e travagliati: il ’68, gli “anni di piombo”. Ha vissuto intensamente ed attivamente le vicende politiche del suo tempo ed è sempre rimasta interessata alla politica ed alle vicende del mondo, anche dopo essersi ritirata a vita privata a causa dei suoi problemi di salute.

Non ha mai smesso di leggere il giornale, di riflettere, di osservare. Era una degli analisti del ceppo fondatore della psicoanalisi italiana e di quello che ora è il Centro Milanese, fu allieva di Cesare Musatti e divenne didatta. I disturbi alimentari, il corpo nell’unità psicosomatica e la femminilità sono i temi centrali del suo lavoro, come si può osservare dagli articoli pubblicati sulla Rivista e su Gli Argonauti, dal suo contributo al Trattato e dai suoi interventi nei convegni.

Aveva preso in carico pazienti con disturbi alimentari tanto in reparto che nella pratica privata; era del parere che un approccio che prevedesse diversi tipi di aiuto e di figure professionali in questi casi fosse il più favorevole. Suggeriva con determinazione negli scritti e nelle supervisioni di non affidarsi durante la cura alla sola parola, cioè che la paziente (si tratta di solito di persone di sesso femminile) in psicoterapia o psicoanalisi fosse seguita anche da un endocrinologo o da un internista, per non favorire la scissione mente-corpo.

Senza un suo riconoscimento da parte dell’analista, il corpo reale verrebbe negato e segretamente mantenuto al di fuori dalla stanza d’analisi, oggetto di una scissione perversa, che esalta un corpo-feticcio maltrattato e condannato alla sospensione psicosomatica delle mestruazioni ed alla sterilità. Questa scissione è frutto di un’angoscia di separazione dalla madre.

L’ultimo gruppo di studio e di ricerca a cui partecipò prima di ritirarsi fu quello di psicosomatica del Centro Milanese, a cui contribuì con acute osservazioni e con un lavoro sulla depressione essenziale e la corrispondente modalità di funzionamento mentale, il pensiero operatorio, secondo P. Marty, M.De M’Uzan e Ch.David (1963; 1980).
Prese in esame anche un lavoro di Smadja appena pubblicato (1998) al momento della sua comunicazione al gruppo, in cui l’autore descrive il trattamento di un paziente malato di melanoma, che non porta sogni e parla solo di cose pratiche e che pertanto viene considerato affetto da depressione essenziale. Era la fine del 1999.

Scrisse il lavoro a mano e vi aggiunse alcune osservazioni critiche. Vale la pena di soffermarsi brevemente su questo suo ultimo contributo in un gruppo di lavoro ufficiale, anche se i suoi lucidi commenti hanno continuato a costituire validi consigli per chi le chiedeva un parere durante gli incontri privati. Bianca Gatti sottolinea l’eziopatogenesi multifattoriale di tutte le malattie e definisce un arbitrio da parte di Marty il collocare ogni malattia nella categoria delle malattie psicosomatiche, anche quelle di origine sconosciuta.
Distingue le malattie prevalentemente psicogene da quelle somatiche; queste ultime sono un trauma e sono sempre somatopsichiche.
Scrive: “La malattia fisica, con il suo disfunzionamento, altera l’immagine corporea, diminuisce l’autostima, deprime.” (la sottolineatura è sua).
Ricorda che l’immagine corporea è di origine fantasmatica, ma ancorata al corpo e che varia con l’età, i rapporti interpersonali, la maggiore o minore concordanza con il proprio sesso.
L’immagine corporea, osserva, si modifica nel corso di ogni analisi. Ne aveva notato le modificazioni in molte malattie mentali (certamente nelle sue pazienti disoressiche), ma anche nelle malattie fisiche.
Inoltre, se gravi, queste ultime mobilitano un restringimento degli interessi, una concentrazione su che cosa sia opportuno fare al momento, un ripiegamento sulla concretezza.
Bianca Gatti pone questo problema: nel caso di una grave malattia organica, la depressione essenziale è primaria o secondaria?
A suo parere Marty ed i suoi colleghi sembrano ignorare l’aspetto somatopsichico.

Il tempo della vecchiaia di Bianca Gatti è stato lungo, ma lungo è stato anche quello dell’impegno, della partecipazione alla vita del Centro, del lavoro con i pazienti e gli allievi, del suo contributo alla ricerca in psicoanalisi. Scriveva in modo molto elegante; ci ha lasciato lo sguardo saggio, benevolo e consapevole con cui sapeva accettare, anche aprendo uno spazio alla speranza, le asperità e l’incertezza della vita, i limiti umani delle persone. I suoi scritti possono tuttora essere preziosi nel nostro lavoro con le donne e specialmente con le giovani donne con disturbi alimentari, con le tossicomani di un’affannosa attività sportiva (o di altro genere) praticata senza piacere, ricercata solo in nome di una sfida al corpo reale in quanto limitato e soggetto all’affaticamento ed alla morte.
Ugualmente vale la pena di tenere in considerazione la sua esperienza nei numerosi casi di sterilità femminile che incontriamo oggi nel nostro lavoro, per indagare il quadro psicologico e la presenza di componenti psicosomatiche.

Bibliografia
Bianca Gatti, Il disconoscimento perverso: una sfida alle ambizioni psicoterapeutiche, Rivista di Psicoanalisi, XXIX, N°1,1983
Bianca Gatti, L’anoressia mentale, in AA.VV, Trattato di psicoanalisi, a cura di Alberto Semi, vol.2°, capitolo 9°, Cortina, Milano, 1989
Bianca Gatti, Spazi e tempi in corso di analisi, Gli Argonauti, N°44, 1990
Bianca Gatti, Athena è figlia solo di Zeus?, Rivista di Psicoanalisi, XXXVIII, N°2, 1992
Bianca Gatti, Anima o animale? Il conflitto tra anoressia e bulimia, Gli Argonauti, XVI, N°60, 1994
P.Marty et M. De M’Uzan, La pensée opératoire, Revue Française de Psychanalyse, XXVII, Numéro special, 1963
P. Marty, M.De M’Uzan, Ch. David, L’investigation psychosomatique, P.U.F, Paris, 1963
P.Marty, L’Ordre psychosomatique, Payot, Paris,1980
C. Smadja, La pensée opératoire, Revue Française de Psychanalyse, Numéro Spécial Congrés, Psychosomatique et pulsionalité, parte I, LXII, 1998

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