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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Freud – la serie

Freud-la-serie-cmp-centro-milanese-di-psicoanalisi-psicoanalista-1Di Angelo Moroni

Aspettative disattese: un Freud inedito

Dispiace dirlo, ma “Freud”, serie tv sul padre della psicoanalisi creata dal regista austriaco Marvin Kren (“The Station”, 2013), e prodotta dalla nota emittente austriaca ORF, delude molto le nostre aspettative. Diretta da Kren, ma girata nella maggior parte degli episodi dai colleghi tedeschi Benjamin Hessler e Stefan Brunner, la serie descrive un giovane Freud, interpretato da Robert Finster, dipingendolo più come un poeta simbolista francese, dedito alla cocaina e alla frequentazione di balli e sedute spiritiche nella Vienna a cavallo tra ‘800 e ‘900, piuttosto che come uno studioso dalle solide basi neurologiche, e apripista degli sviluppi contemporanei della psicoanalisi.

La trama ci riporta infatti nel 1886, in una Vienna in cui le teorie rivoluzionarie del giovane Sigmund Freud incontrano una forte opposizione, soprattutto da parte di Theodor Meynert, insigne quanto burbero anatomista della Clinica Medica dell’Ospedale Generale della città. In questa serie televisiva le teorie di Freud attirano però anche l’interesse della famosa medium Fleur Salomé e di Alfred Kiss, veterano di guerra e ufficiale di polizia. Con questi due bizzarri personaggi al suo fianco, Freud si ritrova ben presto nel bel mezzo di una cospirazione omicida che coinvolge a lungo tutta l’Austria.

Un’atmosfera cupa e notturna

Certamente non aiuta il regista la scelta deliberata di un viraggio stilistico gothic impresso a tutta la storia, completamente immersa in un’atmosfera cupa e notturna, e che ricorda più le atmosfere anglosassoni dei romanzi di Edgar Allan Poe, che non il respiro mitteleuropeo della Vienna freudiana. Una Vienna in quegli anni crocevia di un fermento culturale dal quale è successivamente sorta una delle discipline che più hanno inciso nella storia del pensiero umano contemporaneo.

Kren sembra voler utilizzare alcune note biografiche freudiane come semplice pretesto per costruire una narrazione che guarda a un genere horror o a un thriller storico ammiccante, in alcuni punti, al puro splatter, in modo da poter arrivare ad una platea il più vasta possibile. Vengono in mente produzioni recenti come “The Alienist” (Fukunaga, 2018), ispirata all’omonimo romanzo di Caleb Carr, nelle quali la “verità storica” è rapidamente messa da parte, e usata come sfondo per il semplice gusto dell’intrattenimento di un certo tipo di pubblico.

Il rapporto romanzato tra Freud e Schnitzler: la paura del doppio taciuta

Basti pensare alla costruzione del rapporto tra Freud ed Arthur Schnitzler, raffigurati da Kren quasi come fossero due compagni di università, uniti da una relazione puramente goliardica. In realtà la singolare affinità tra i due fu contraddistinta più da contatti epistolari che da una vera e propria conoscenza personale. Nella sua nota lettera del 19 Maggio 1922, alla vigilia del sessantesimo compleanno di Schnitzler, Freud confessa al drammaturgo di aver a lungo evitato di incontrarlo per una sorta di “timore del sosia”. Questa lettera è importante, non solo per la rivelazione freudiana, ma anche perché anticipa l’effettivo incontro tra i due. Il 16 giugno 1922 Schnitzler viene invitato a cena nella Berggasse, e questa è la prima volta che Freud e Schnitzler si incontrano.

Precedentemente, a parte alcuni scambi epistolari, non si erano mai visti di persona e certamente non erano così in confidenza come li vediamo nella serie tv creata e diretta dal regista austriaco. Oltre alla lettera del 1922 in cui Freud dichiara a Schnitzler la sua paura del Doppio, tema che Freud aveva affrontato qualche anno prima nel suo saggio sul Perturbante (1919), occorre ricordare un’altra testimonianza che ha realmente avvicinato i due e che risale a molto tempo prima. Mi riferisco a un inedito biglietto d’auguri inviato da Schnitzler al fondatore della psicoanalisi il 6 Maggio 1906.

Nessun intento filologico per la psicoanalisi

È quindi evidente che Kren non è mosso da alcun intento filologico. Al contrario organizza una sceneggiatura che dispiega vari filoni narrativi paralleli, da quello del romanzo giallo delle origini, a quello della letteratura gotica, allontanandosi subito da un reale interesse per la storia del movimento psicoanalitico, nonché dalle vicende personali del padre della psicoanalisi.

Tale scelta potrebbe in verità anche essere perfettamente giustificabile sul piano estetico-filmico, non fosse che la costruzione e l’evoluzione narrativa dei personaggi risulti comunque segnata da una certa dose di ingenuità e da un senso di generale gratuità. Per tacere della contraddittorietà fuorviante dei titoli che vengono dati a ciascun episodio, ad esempio: “Isteria”, “Trauma”, “Totem e Tabù”, etc., tutte pietre miliari costitutive del percorso teorico-clinico freudiano, ma che non trovano poi adeguata estrinsecazione e rappresentazione nei contenuti narrativi degli episodi stessi.

Un Freud esoterico e fumettistico lontano dalla figura di psicoanalista

Quello di Kren è un Freud esoterico, fumettistico, lontano dalla figura di psicoanalista e che prende le sembianze di un detective coinvolto in complotti e macchinazioni omicide viste e riviste in molte serie simili. Una scelta registica che da una parte spersonalizza e destoricizza completamente la figura di Freud, e dall’altra non innova affatto il genere, ricorrendo, anzi, a stilemi cinematografici ricorsivi e in verità alquanto obsoleti. Il “Freud” di Kren è in sintesi un’occasione davvero sprecata.

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