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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Il corpo assente

di Gabriella Mariotti

La sottrazione e la solitudine di un corpo assente

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Guido Scarabottolo, Wish. Disegni di ferro e di carta, 2015

Il corpo è il grande oggetto di questo difficile momento: il corpo che non corre, non partecipa, non attraversa liberamente la soglia che demarca interno da esterno, e soprattutto il corpo che contagia ed è contagiato, il corpo malato, il corpo che non sente più odori e sapori, il corpo dei defunti. E, paradossalmente, il corpo è al contempo il grande assente dalle comunicazioni e dai rapporti interumani. Penso soprattutto ai miei pazienti single, che non toccano e non vengono toccati ormai da settimane: un trauma lento che scava profondamente nell’area affettiva e nella rappresentazione del proprio schema corporeo, che acuisce il senso di solitudine e il dolore della mancanza. Ma penso anche a chi si è ritrovato, magari in spazi ristretti, a convivere con relazioni già fortemente critiche (là dove anche il corpo dell’altro genera fastidio e irritazione) o con veri e propri affollamenti che non lasciano spazio fisico al silenzio personale.

Penso a quelli che, lavorando in smart working, sottraggono all’altro il proprio corpo intero: elegante dalla vita in su, in pigiama dalla vita in giù. Sembra un gioco, quest’ultimo, ma non lo è: ripropone metaforicamente una scissione tra il corpo per l’altro e il corpo per sé, in un contesto confusivo che “accorpa” vita personale e vita professionale. E penso ai mezzi che hanno preso il posto del contatto fisico interpersonale: skype, zoom, whatsapp video, per citarne solo alcuni. Strumenti in realtà utilissimi, e più che mai indispensabili in questo momento, ma difficili da maneggiare mantenendo la consapevolezza di ciò che non è sperimentabile con questi mezzi, cioè ”tutto ciò che costituisce in fondo la singolarità propria dei nostri corpi e delle loro esperienze” (Piccolo manifesto in tempi di pandemia, Collectif Malgré tout) , riconoscendone quei limiti che possono facilitare il ritiro sociale o marcare, spesso più che riempire, un’assenza. Assenza di un contatto che parla non solo del corpo, che piuttosto lo connota e lo comunica: l’abbraccio, ad esempio, veicola l’esperienza (e la conseguente rappresentazione) del proprio sé corporeo come desiderabile, la stretta di mano sancisce un “patto alla pari”, la carezza veicola calore e condivisione. E l’aggressività? Quanta aggressività si va accumulando in assenza di una porta sbattuta, di una sedia scostata con forza, di un innocuo spintone tra adolescenti? Certamente, questi sentimenti possono essere veicolati anche con le parole grazie alla loro funzione fàtica, parole che talora stemperano impulsività inadeguate, parole che corrono meno velocemente di un qualsivoglia gesto e impongono forse una maggior quota di pensiero.

Il pensiero per ricreare il luogo fisico e i corpi mancanti: paziente e psicoanalista

E proprio a proposito di pensiero, mi è capitato di riflettere più volte sulla straordinaria creatività che i miei pazienti hanno messo in atto per tutelare la seduta: là dove c’era un “luogo non pensato”, o pensato “simbolicamente” (lo studio dell’analista), hanno dovuto co-costruire, e in senso concreto, il setting più adeguato: chi sdraiato sul divano, magari davanti a una libreria che ricorda la disposizione del lettino nel mio studio, chi su una sdraio sul terrazzo, chi in auto col sedile reclinato, chi in bagno o in cantina…Hanno “pensato” ciò che era dato per ovvio e scontato. Tutto ciò ha originato vissuti variegati, rappresentazioni affettive, intensi sentimenti di “partecipazione”, maggiore consapevolezza dell’importanza del “luogo fisico”, incluso il corpo, proprio e dell’analista.

Mancano i corpi che abitualmente veicolano con immediatezza “l’odore psichico” dell’incontro, quello spazio preconscio che intercorre tra paziente e analista, fatto di sensazioni e intuizioni suggerite dalla postura, dal modo di entrare in studio e di salutare, dal modo con il quale il paziente usa il lettino, se vi si sdraia diffidente o vi si adagia fiducioso, se si aggrappa alla spalliera, se si gira per guardarmi. Mi mancano i pazienti in carne ed ossa, qui nel mio studio, così come io e il mio studio manchiamo loro. Mi accorgo di dover mobilitare un ascolto diverso, più concentrato sulla componente uditiva, di utilizzare spesso un tono di voce più morbido, di parlare di più, soprattutto all’inizio dell’esperienza da remoto, come a rassicurare il paziente che ci sono, a colmare la distanza che ci divide fisicamente. Manca il rito, come lo ha definito una paziente, fatto dei passi che conducono allo studio e da quelli che si allontanano. Manca l’accoglienza, come dice un altro paziente, e il cuscinetto rappresentato dallo spazio tra porta d’ingresso e lettino, che accompagna e facilita la transizione tra mondo esterno e mondo interno: sembra, ora, di “iniziare a freddo”.

L’angoscia del silenzio tecnologico

Manca infatti il corpo, anche quello dell’analista, l’odore dello studio, la luce abituale all’ora dell’appuntamento, il silenzio presente. E questo del silenzio è un elemento tutto particolare perché se io taccio in seduta, il paziente sa che ci sono, ma se taccio al telefono (mezzo che preferisco con i pazienti in analisi) la reazione è molto diversa: “Dottoressa, è ancora lì?”, “Dottoressa..ma è caduta la linea?”. Non c’è il corpo che rassicura, che garantisce presenza, non c’è il sapere salvifico del corpo del caregiver, un intuitivo sapere che il silenzio “tecnologico” può incrinare dolorosamente, lasciando spazio ad angosce di perdita e di abbandono. C’è invece un artefatto, un mezzo nel quale non si può avere una analoga fiducia: la technè, creata dagli umani, non è tuttavia del tutto umana. Come intelligentemente lamentava una paziente, manca l’intimità, quell’intimità che è fatta di sussurri, di silenzio appunto, o di un appartarsi per un attimo in due o tre all’interno di un gruppo più vasto. La gestione del corpo è appiattita e costretta dal virtuale in uno spazio ridotto e astrattamente smaterializzato.

Mai dunque come in questo momento possiamo divenire consapevoli del valore e del significato del corpo, non terreno performativo o esibitorio, non mero strumento al nostro servizio, non più il servo fedele della Yourcenar, ma veicolo ed espressione di emozioni, di affetti, di sentimenti che rivendica a pieno titolo la propria presenza “materiale”.

L’importanza del ventaglio identitario nei vari contesti e la paura della socialità

D’altra parte, poiché siamo una unità somatopsichica, cioè parliamo e viviamo simultaneamente con la mente e con il corpo, e poiché siamo altresì animali sociali, non possiamo stupirci di quanto il contatto corporeo, o anche solo la reciproca presenza, sia importante e di quanto possiamo sentirne la mancanza. Anche qualora il proprio attuale spazio sia condiviso in sintonia con persone amate, non va dimenticato che la relazionalità è in genere (e auspicabilmente) più ampia e variegata: la declinazione nell’uso del corpo all’interno di contesti differenti è una sorta di “ginnastica” che aiuta anche a prendere contatto con le variegate sfumature del nostro ventaglio identitario.

Questo desiderio dell’altro e per l’altro, fisicamente giocato nelle relazioni, subisce dunque una sorta di smaterializzazione, ma registra altresì un ulteriore cambiamento profondo: molti pazienti mi hanno parlato di come il corpo dell’altro, e il nostro per l’altro, sia divenuto fonte di pericolo e diffidenza. Per strada si allontanano, talora bruscamente, da chi incrociano e lo temono se non indossa la mascherina. Come si potrà tornare al contatto fisico? Che ne è e che ne sarà dell’intimità? Come sarà possibile comunicare con il corpo i sentimenti, se resteremo distanziati di un metro? Se il sorriso che marca il piacere dell’incontro sarà coperto? La perdita di mezzi espressivi corporei fa temere che il cosiddetto “distanziamento sociale” diventi allontanamento emotivo, che l’avvicinamento diventi pericolo. Il capovolgimento dei significati corporei confonde e attiva un’angoscia arcaica, quella annidata nei più primitivi contatti con il mondo: il neonato placa il pianto quando viene toccato, accolto, abbracciato dal caregiver, altrimenti rischia di venire travolto dai sentimenti persecutori fino ai conseguenti deficit nello sviluppo somatopsichico. E’ l’angoscia del lutto, quando il corpo della persona amata ci abbandona, si sottrae al contatto fisico e lascia soltanto tracce di ricordo, un’angoscia che per essere elaborata richiede un tempo e un impegno energetico consistenti e prolungati.

Il lutto della normalità a causa del coronavirus

Forse è proprio un lutto, quello che stiamo attraversando, quello della “normalità” alla quale eravamo abituati. Disorientati da questa perdita dei riferimenti che scandivano le giornate con regolarità, e soprattutto demarcavano con atti concreti (agiti con il corpo) l’interno-casa dall’esterno-lavoro-scuola, molti pazienti si sono posti “in attesa” della data in cui si potesse tornare “come prima”. Ma il tempo dell’attesa è logorante, ansiogeno, costellato da delusioni cocenti. E qui si profila un primo elemento di trasformazione: questo è un tempo di sospensione e non di attesa, è cioè un tempo al quale abbandonarsi senza alcuna pretesa di controllo, un po’ come quando in mare si “fa il morto”, rilassando l’intero corpo, e non nuotando vigorosamente in tensione verso la meta prefissa.

Ma accettare di vivere la sospensione può attivare, proprio perché comporta l’abbandono delle fantasie di controllo, un senso di impotenza e talora di vera e propria inermità, una offesa intollerabile per chi si è identificato totalmente nel modello sociale di narcisismo iperattivo che ha dominato gli ultimi decenni. Il compagno di una mia paziente, la quale aveva contratto il coronavirus asintomatico e osservava rigorosamente i protocolli di protezione, la accusava di essere “ubbidiente pecora nel gregge”, mentre lui girava impunemente in ogni dove, definendosi libero e felicemente adolescenziale. Il ribellismo contro le regole del “restate a casa” rimanda esattamente all’angoscia di impotenza, all’affermazione di un sé corporeo che non subisce imposizioni (le manifestazioni di protesta della destra americana ne sono un valido esempio). La chiave sta proprio nel verbo subire, al quale si oppone lo scegliere: chi sceglie di seguire le regole in realtà non è affatto passivo poiché condivide la responsabilità sociale, cioè agisce. Mentre chi trasgredisce convintamente e concretamente, si rivela in realtà passivo come un adolescente in controdipendenza, cioè è sempre dipendente dall’altro al punto da far discendere il proprio agire da ciò che l’altro dice, fa o propone. Insomma, non sceglie personalmente, ma fa scegliere all’altro. Non va sottovalutato il fatto che, in questa posizione, gioca un ruolo non secondario ancora una volta il corpo: la costrizione fisica in spazio ristretto, la casa, sembra un oltraggio insopportabile del tutto nuovo e impensabile per i tempi attuali, come se venissero imposti gli arresti domiciliari a un innocente. Manca totalmente, in questi casi, la consapevolezza che il corpo ora, di tutti noi, non è più innocente perché può essere veicolo di contagio per l’altro (forse manca la consapevolezza proprio dell’altro!). E manca altresì la consapevolezza che molte forme di costrizione hanno accompagnato diverse aree della vita “precedente” (gli uffici, spesso open space invasi dal rumore e da contatti indesiderati, le lunghe code in auto, i mezzi di trasporto sovraffollati…). La perdita della libertà, espressiva e di movimento, del corpo non è dunque del tutto nuova, ma ciò che sta accadendo ora ne evidenzia potentemente il senso e la dolorosità.

Talora, al contrario, la “reclusione” è stata accolta persino con un certo piacere, ad esempio per quei pazienti che presentano difficoltà pregresse nel contatto fisico: un simpatico paziente mi diceva ridacchiando che il distanziamento lo fa “sentire normale perché ora non si tocca più nessuno”. Un’altra paziente, obesa, si sentiva altrettanto sollevata perché si è sottratta allo sguardo dell’altro, abitualmente vissuto con sentimenti persecutori.

In tutto ciò, scopriamo altri modi di stare in relazione con i nostri pazienti, modi non eguali a “prima”, modi diversi e ovviamente incompleti (manca il corpo in presenza), modi che stiamo comunque utilizzando e stabilizzando per poter mantenere una “forma” terapeutica, modi che implicano maggiore fatica per consentire una adeguata tensione relazionale. Credo che l’elasticità di cui noi analisti (e i nostri pazienti) stiamo dando prova sia un’ennesima conferma del valore e della consistenza della psicoanalisi.

Andrà tutto bene?

Di questi tempi, sembra di rigore concludere ogni scritto con una nota di positività e ottimismo, ma personalmente mi trovo un po’ in difficoltà ad affermare che “andrà tutto bene!”, non tanto perché abbia una visione pessimistica delle cose (tutt’altro), ma perché mi pare una sorta di incoraggiamento vuoto e molto superficiale. Non andrà tutto bene tout court, andrà con difficoltà e con impegno, andrà con fatica e determinazione, andrà con consapevolezza e pensiero, andrà se il rapporto con il corpo nostro e dell’altro troverà nuove sintonie. Quante risorse dovremo mobilitare per compensare i cambiamenti che stiamo vivendo e quelli che ci aspettano, risorse di ingegno e di affettività, di calore e di declinazioni emotive! Eppure lo faremo, dovremo farlo. Magari attraversando terreni sconosciuti, intessuti di paura e desiderio, magari prendendo contatto con aspetti del nostro mondo interno che non avremmo mai supposto di possedere.

Leggi anche l’articolo: Rischi e speranze al tempo del coronavirus.

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