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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Rischi e speranze al tempo del coronavirus

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Kasimir Malevich – Composizione Suprematistica: quadrato rosso e quadrato nero – 1915

di Sisto Vecchio

La minaccia del Coronavirus nei confronti dell’Io

In questo tempo di spaesato isolamento, l’impensato, il non conosciuto, l’imprevisto ha assunto il volto minaccioso del nemico, di un nemico reale, ambasciatore di morte. Gli avamposti dell’intelligence ne hanno tracciato l’identikit come una specie di inflorescenza carnivora dalle mille bocche pronte ad affondare la presa sulla «carne del mondo», la carne – spesso in oblio – di cui pure da sempre siamo fatti.

Questa minaccia adesso ci pressa da vicino; violenta, riapre la piega dell’oblio, scompagina gli involucri psichici variamente protesici del nostro stare al mondo, le stratificazioni, le cesure, esponendoci alla visione di «essere prima di ogni altra cosa un Io-corpo» (Freud). La scorza scossa dall’urto mostra tutta la sua vulnerabilità e porta allo scoperto il nocciolo: la carne viva di cui siamo fatti. L’Io-pelle, questo «involucro narcisistico [che] assicura all’apparato psichico la certezza e la costanza di un benessere di base» (Anzieu) si mostra perforabile proprio in forza della sua stessa dimensione strutturale di interfaccia non solo tra mondo interno e mondo esterno, ma al cuore stesso della sua struttura identificata nel suo essere primariamente corpo. Questa minaccia al corpo proprio venuta da fuori disarticola le leggi della prossimità, dell’intimità relazionale che è l’altro lembo della sostanza stessa della tessitura di questo involucro identitario, involucro protettivo e, al tempo stesso, luogo di scambio necessario al suo stesso mantenimento.

Sotto la minaccia divenuta rapidamente pandemica, il più profondo diventa superficie, l’arcaico, tornato attuale, riscopre il linguaggio della sopravvivenza in cui il più prossimo si adombra paradossalmente e ambiguamente di una possibile minaccia rischiando di riattivare forme dell’impensato, dell’agire, vicine ad una sorta di paranoia primaria.

La pelle, perduta la leggerezza della metafora, è tornata ad essere la cosa primordiale, là dove si gioca da sempre la partita più profonda della «vita-la-morte». Così anche la seconda pelle è ridiventata povera cosa; sotto la minacciosa inquietudine che assedia le mura del castello, l’«io-pelle» si restringe fino ad aderire quasi interamente alla concretezza della carne su cui si ripiega spaventato per spiarne il respiro, i segni della possibile presenza del nemico invisibile.

Io-soggetto, tempo-non tempo e morte-in vita

In questa contrazione spaventosa del «mondo della vita», l’io-soggetto stesso si contrae in superficie in un tempo-non tempo della morte-in vita (Coleridge), tempo sospeso in cui anche il desiderio rischia di virare al tormento. Il pensiero si impoverisce ripiegato compulsivamente su un presente assediato dalle angosce alimentate dal dilagante linguaggio bellico-militare dei bollettini quotidiani che mostrano diagrammi, curve statistiche che non sappiamo leggere attraverso le quali pure ci giunge l’affannarsi forsennato della scienza che, proprio in questo affannarsi, necessariamente dice l’incertezza, il dubbio troppo umano della scienza, disilludendo quel bisogno di credere in una illusoria certezza di salvezza attraverso cui l’infans parla tacendo.

Rischio tremendo in cui l’incertezza della vita si rovescia nella sua disperazione, nella desolazione di una sorta di thanatofilia senza speranza.

Rischio di perdere quella distanza necessaria al respiro del pensiero, di smarrire lo stesso principio di realtà, la capacità di giudizio che, sapendo distinguere tra fantasma e realtà, tra dentro e fuori, sa riconoscere gli spettri di un’apocalisse paventata e disporsi a prendersi cura di sé con quelle azioni concrete utilmente possibili ai «viandanti» che noi siamo.

La costellazione delle emozioni e la luce delle lucciole

Prendersi cura di sé è un continuo atto di fiducia che abbisogna di silenzio, al riparo dai fari accesi sulla cronache di morte, non con atti di denegazione o forclusione che ci consegnerebbero al sacrificio estremo, ma un ritrarsi senza che questo sia un ripiegamento su se stessi, in cui ritrovare il tempo proprio, il tempo in cui ascoltare il dialogare di quella “costellazione” di stati, pensieri, emozioni della vita che transita e farne l’esperienza «cercando di afferrare delle particelle di luce in mezzo al grande buio».

È nel buio che possiamo farci sorprendere dall’intermittenza delle lucciole; esse danzano nel cuore delle tenebre, fragili messaggeri di speranza ci parlano col linguaggio nuziale della vita di un mondo che non è scomparso, che palpita ancora oltre la siepe. Come le lucciole, la speranza si muove sulle ali fragili del piccolo dio Eros; è visitatrice anacronistica che «si annida nell’anima/ e canta melodie senza parole/senza smettere mai/E la senti dolcissima nel vento …» (E. Dickinson); è la mano tesa che torna a soccorrerci caritatevole, inviandoci segnali di futuro.

La speranza ha tuttavia la tessitura del sogno, è la pupa fragile del futuro, di un futuro possibile in attesa di realizzazione; è nostalgia di futuro, è segno in cerca di una parola, di una parola che la intenda. Questa «creatura alata» non si sostiene a lungo da sola; ha bisogno di comunità, di legami, di farsi parola per l’altro, di un Nebenmensch che rispondendo la sostanzi di realtà, seppure virtuale, simbolica, in attesa di farsi opera.

«La speranza è come una strada nei campi: non c’è mai stata una strada, ma quando molte persone vi camminano, la strada prende forma» (Yutang Lin). È transito di vita che, arricchita dall’esperienza in un tempo ritovato, non mira a restaurare il passato – che niente cambi! – l’identico, ma a realizzare un nuovo mondo della vita in cui stare transitando nel suo divenire incarnato.

È questa, per me, la speranza: umile custode e nutrice di futuro.

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