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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Bambini e adolescenti al tempo del Covid

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Munch – La bambina e la morte – 1899

Di Paola Ferri

I nostri ragazzi si sono comportati in maniera esemplare”, si sente continuamente dire, in riferimento ai bambini e agli adolescenti che hanno affrontato stoicamente il recente periodo di lockdown.

Ci si riferisce all’esperienza legata al percorso scolastico, alla pazienza e alla difficoltà che sono derivati dall’isolamento, dall’essere rimasti senza il gruppo di compagni di riferimento e costretti alla didattica a distanza.

Ci si riferisce anche alla pazienza dei genitori, soprattutto le madri, che sono stati costretti a un difficile lavoro di conciliazione tra il lavoro (spesso da remoto) o la mancanza totale di lavoro, e i figli da accudire e seguire, in assenza di scuole aperte e di luoghi di aggregazione, della possibilità per i giovani di vedere i coetanei e per i genitori di “prendere fiato” rispetto alla loro presenza.

Che dire poi dei bambini portatori di handicap, o anche solo con disagio fisico o psichico, che hanno visto chiusi i loro luoghi di cura, ultimi a essere riaperti?

I bambini e i molto giovani sono stati forse quelli più penalizzati dalla quarantena a cui ci ha costretti la pandemia, e la difficoltà ancora si evidenzia nel difficile piano di ripresa del percorso scolastico per settembre.

La psicoterapia a distanza

Per come si sono svolte le psicoterapie a distanza nel corso di questi mesi, Io posso testimoniare lo sconforto e la difficoltà, ma anche la sorpresa positiva, di chi si occupa di infanzia e adolescenza dal punto di vista di cura del disagio e della malattia.

Ne stiamo dibattendo nelle sedi di lavoro: per quanto mi riguarda Npi dell’ospedale san Gerardo di Monza, e gruppo di discussione b/a interno alla Società di Psicoanalisi e all’Osservatorio b/a del Centro milanese. Ne derivano interessanti spunti di riflessione, relativi ai i bambini, ma anche alle dinamiche familiari.

I miei giovani pazienti hanno tutti accettato di farsi seguire in remoto, attraverso Skype o video chiamata; nel caso dei più piccoli i genitori hanno ovviamente deciso per loro, e le loro angosce si sono spesso mescolate a quelle dei loro figli.

Soprattutto per i bambini seguiti in ambito ospedaliero, il passaggio al remoto è stato traumatico, come tutta la loro nuova vita a contatto di un ambiente confortante forse da un lato (accanto alla mamma e al papà) ma destabilizzante, in quanto segnante la rottura delle abitudini, anche di cura, dall’altro.

Hanno accettato di continuare a giocare e disegnare, ma l’impossibilità di contatto e di messa in comune del loro materiale, ha creato senz’altro motivo di ansia o di rassegnazione.

La presenza poi dei genitori in casa, impediva di sentirsi del tutto liberi, sollecitando una certa regressione e rifugio nel pericoloso/protettivo grembo familiare.

Emergeva, così, una regressione confortante ma al tempo stesso claustrofobica.

Nella volontà di supplire alle carenze provenienti dall’esterno, i genitori erano poi investiti di aspettative e attenzioni eccessive, con spesso un acutizzarsi di precedenti tensioni interne alle dinamiche di coppia.

E oggi i bambini, che sarebbero liberi di uscire e tornare in ospedale, hanno spesso paura di muoversi e temono il Coronavirus, come un mostro che potrebbe presentificare le angosce di essere puniti per eventuali malefatte o non adeguamento rispetto alle aspettative adulte (già fortemente disattese nel caso di bambini problematici).

L’aiuto pedagogico e il trauma collettivo

Sono aumentate le richieste di aiuto pedagogico, nella forma di aiuti educativi e sostegno scolastico per l’anno che verrà, non considerando spesso che la maggiore difficoltà anche sul piano scolastico è dovuta a una forzata clausura, ad ansie genitoriali proiettate sui figli, e alla perdita di un vissuto di rassicurazione e fiducia nelle proprie capacità dovuti alla contingenza e tragicità della situazione vissuta.

Il trauma collettivo ha portato al riemergere di paure profonde, che nel caso di famiglie a rischio di abuso, si sono riacutizzate, svelando la conflittualità profonda del nucleo familiare, e riproponendo la presenza dei Servizi Sociali, a monitorare il rischio di degenerazione.

Sono riemerse paure di abbandono e di perdita, che nel caso di soggetti fragili, hanno creato inibizioni sul piano dell’apprendimento, della produzione fantastica, della creatività e del gioco. Ho ritrovato nel post Covid, bambini impauriti, chiusi in se stessi, meno capaci di usare il gioco come veicolo simbolico, ma trasformato in mezzo meccanico grazie all’aumento di video giochi e strumentazioni elettroniche varie. Le quali hanno isolato il bambino e gli hanno altresì consentito il rifugio in un mondo deanimato e anaffettivo, a protezione dal rischio di crolli psichici e a protezione dall’ingerenza genitoriale. Hanno spesso consentito la creazione di uno spazio privato a difesa di un sé divenuto più fragile ed esposto (mancando anche il contenitore gruppale rappresentato dalla classe).

L’esperienza con i bambini

Per i motivi suddetti, e contrariamente a quanto avvenuto con gli adolescenti la mia esperienza con i bambini è stata difficile in tempo di Covid, anche se mi ha anche commosso la tenerezza e affettività improvvisamente emerse in alcuni di loro anche attraverso il video. Una bambina ospite di una Comunità mi ha mandato faccine attraverso Skype, e ha tenuto un disegno per me ogni volta diverso all’inizio dei nostri incontri. A significare una intensità non diminuita nella nostra relazione, una preoccupazione per la mia salute “”Dove sei? Cosa fai?”, e il tentativo di creare una situazione di auto contenimento attraverso il disegno settimanale, portatore di una speranza di rinascita e rivitalizzazione (soli splendenti, prati verdi, mare luminoso).

Vero è che tale bambina non aveva i genitori accanto, per cui ha dovuto raddoppiare lo sforzo di “restare viva”, non concedendosi nessun momento regressivo. Credo che sarà quindi comunque difficile ora, aiutarla a ricostruire una fiducia interna nelle sue risorse effettive, autonome, nell’integrazione di stati depressivi che non si è concessa, a differenza dei bambini “riavvolti” all’interno del nucleo familiare: regrediti sì, ma anche contenuti forse, se le angosce genitoriali non sono intervenute troppo pesantemente.

Alcuni colleghi riferiscono di bambini che attingono a delle risorse inaspettate per restare in contatto con i loro terapeuti: disegnano, giocano con loro attraverso lo schermo, rappresentano il Mostro che ci ha rovinato la vita attraverso la costruzione fantastica di ponti, fortezze di sicurezza, castelli non raggiungibili. “Io mi sono fatto un bunker tutto speciale, ci porto solo gli amici speciali in caso di pericolo”, dice un ragazzino confinato in casa.

I genitori di tali bambini meriterebbero un discorso a parte. Si sono ritrovati alle prese con figli spesso già problematici, che non possono più condividere con nessuno, e le dinamiche delle coppie rischiano anche per questo di divenire più conflittuali.

Spesso uno dei due è più conciliante, l’altro più severo nei confronti del figlio/a, rispetto ai doveri scolastici, alla connessione in rete con gli amici, e all’uso delle tecnologie per giocare. La coppia rischia di discutere sulla tolleranza e sulle regole, sulla vicinanza e la lontananza dai figli. Nelle sedute on line, inevitabilmente i genitori compaiono a salutare il terapeuta, a dirgli qualcosa, per la necessità di condividere paure e angosce nella gestione dei figli. Riemerge una forma di controllo sulle loro vite, che in gran parte era sentito meno necessario quando erano responsabilmente affidati ad altri, e la convivenza forzata rischia di riportare a galla vecchie abitudini.

Un pazientino di 8 anni, dopo aver provocato una grossa lite tra i genitori in diretta Skype, relativa al come educarlo e a che regole dargli, nonché alle difficoltà per lui a collegarsi e parlare con insegnanti e terapeuta, guarda finalmente nell’occhio della telecamera, e mi dice “Hai visto? cosa ti dicevo? alla fine litigano”.

E credo che Francesco (nome di fantasia) abbia potuto così mostrarmi dal vivo la conflittualità familiare, il suo essere sovente capro espiatorio, e la sua capacità di inserirsi, anche attraverso i suoi sintomi, nella difficoltà della coppia relativamente a lui e rispetto a sé stessa.

La situazione degli adolescenti

Per quanto riguarda gli adolescenti, devo dire di essere rimasta favorevolmente sorpresa delle risorse che hanno saputo mettere in campo.

I miei pazienti (sia visti in ambito pubblico che privato) hanno mostrato grande volontà di adattamento alla situazione, consapevoli del pericolo reale che incombeva (e ancora incombe ) su noi tutti. Hanno accettato di isolarsi e restare chiusi in casa, a volte anche con gravi conseguenze sul dopo lockdown. Alcuni di loro fanno infatti fatica ora a uscire di casa, e i pazienti ospedalieri (per cui non posso più fare i trattamenti in remoto) hanno un po’ di paura a rientrare in seduta de visu.

Il virus ha fatto da detonatore rispetto ad alcune angosce claustrofiliche, e ha impedito l’attribuzione ai soli genitori della negazione delle loro ansie emancipatorie. Gli aspetti fobici e depressivi sono risultati in parte attribuibili al mostro inghiottente, e in parte inesorabilmente a sé stessi, essendo presenti anche nel caso di non oppressivo controllo dei genitori, costretti anch’essi a difendersi da un male terribile, e a farsi garanti di un’unità familiare forse forzata, ma unica garanzia di contenimento e vicinanza affettiva.

Si sono sentiti preoccupati per i nonni, costretti ad isolamento e lontananza, più a rischio di loro nell’eventuale precipitare nella malattia, e hanno attivato in qualche modo misure protettive nei confronti dei loro anziani, considerando spesso tali anche i non certo decrepiti genitori.

È come se si fosse attivato un meccanismo riparativo rispetto al loro odio pregresso, che li ha spinti a maggiore “compassione” verso i loro fragili adulti di riferimento.

Spesso anche con me, a inizio seduta via Skype, si informano sulla mia salute, mi chiedono se sto chiusa in casa, e guardano se trovano qualche elemento riconoscibile del loro lavoro con me (la mia poltrona rossa, per coloro che vengono a casa mia, per esempio).

I pazienti privati non fanno cenno di voler riprendere de visu prima di settembre, e quelli ospedalieri, come già detto, vengono ma pieni di paura, anche perché devono passare numerosi controlli prima di arrivare alla meta.

Durante il periodo di lockdown poi hanno spesso avuto sogni angosciosi che abbiamo interpretato nei più svariati modi, ma che erano attivati dalla paura del virus, presentificato come mostro omicida. A differenza dei bambini che lo inseriscono in una sorta di gioco virtuale, non molto distante da quello che sperimentano nei loro giochi digitali, gli adolescenti presentificano paure di abbandoni e di morti, il rischio di un isolamento e una separatezza che ancora non sarebbero in grado di tollerare, lasciati precocemente soli ad affrontare il mondo, costretti ad abbandonare le loro paure di inadeguatezza e di sfida impossibile al mondo adulto.

Federica ed Elena

Federica (nome di fantasia) è abituata a comunicare attraverso Instagram. Si esibisce in balletti e rappresentazioni che suscitano ammirazione nei coetanei (e non solo). Sogna che la sua immagine sia improvvisamente deformata su Instagram e che lei si ritrovi a fare una specie di danza mostruosa. A un certo punto una voragine la inghiotte, lei sola o forse insieme alla madre (con cui ha rapporto ambivalente e conflittuale, ma anche protettivo e riconoscente). Credo che Federica tema di essere inghiottita nel vortice di angosce difficilmente contenibili, ma forse teme che anche sua madre lo sia, in quanto punto di riferimento instabile date le circostanze, che acutizzano il vissuto ambivalente di amore e odio verso la genitrice, presente e assente nello stesso tempo agli occhi di una ragazza di 19 anni, ribelle e provocatoria, ma al fondo intelligente e buona. Viene accentuato il vissuto di essere abbandonata dal suo punto di riferimento più sicuro, che pur nell’ambivalenza rimane la madre, benché forse anche fragile, misteriosa, infelice della sua vita personale, e destabilizzata dalle circostanze.

Forse sogna che anche la sua analista non ce la faccia a tenerla, o possa non vedere di buon occhio il fatto che lei danzi mentre il mondo crolla a pezzi, danzi per avere l’approvazione dell’occhio maschile, che è poco presente nella forma del padre e per quanto riguarda i coetanei è ambiguo, perché questi sono attratti e spaventati dalla sua esuberanza e sensualità. Teme che io diventi un giudice severo del suo senso di inadeguatezza e della sua ansia di essere la donna ammaliatrice che in realtà non è, perché ancora piccola, spaventata e molto sola.

Elena è un’adolescente bulimica seguita in ambulatorio ospedaliero. Ho seguito i suoi drammi amorosi durante tutto il periodo di Covid, sempre attraverso video call.

Si sono consumate passioni per la verità durante la quarantena (spesso anche per gli adulti) come se il tempo sospeso avesse reso necessario drammatizzare la propria esistenza e viverla molto intensamente. Tranne aver rimosso quasi tutto ora, temo.

Nel caso di questa ragazza, sedicenne, il primo amore si è sviluppato tra messaggi romantici e senso di impotenza per un amore che si è rivelato presto impossibile. Il vuoto esistenziale momentaneamente alleviato dall’interesse affettivo e in precedenza in gran parte colmato dall’ingordigia per il cibo seguita da relativo vomito, potrebbe essere tornato prepotente, a meno che la ragazza possa ora dare spazio a sentimenti più tenui e meno intensi, ma che lascerebbero spazio a una maggiore possibilità di elaborazione depressiva.

Difficilmente i miei adolescenti si sono abbandonati alla disperazione o si sono particolarmente depressi; hanno forse evitato la possibilità di sentirsi troppo sconfortati e sono ricorsi a tutte le loro capacità di resilienza per superare questi momenti difficili. Direi che gli aspetti depressivi stanno emergendo nel post traumatico: improvvisamente è come se le difese si fossero allentate e tutto fosse adesso diventato più complicato.

Ora possono parlare di ciò che hanno vissuto, e forse emergono dal lockdown con una ricerca di senso per quella che sarà la loro vita futura e per le scelte che dovranno fare.

Si rendono conto di non aver avuto il punto di riferimento del gruppo classe e dei loro insegnanti per un lunghissimo periodo: questi hanno funzione spesso contenitiva per le loro angosce e titubanze, e realizzano di essere rimasti troppo a contatto con i genitori, in una sorta di regressione all’infanzia e a una grossissima dipendenza.

Il ruolo dei genitori e i meccanismi di resistenza

I genitori stessi si sono ritrovati ad avere un ruolo molto più controllante nei confronti dei figli; coinvolti nelle vicende scolastiche, sono stati costretti a prendere decisioni improvvise relativamente alla loro educazione (ad es. nel caso dei bambini più in difficoltà, hanno richiesto maggiore supporto educativo come ho già accennato, o di sostegno scolastico per l’anno venturo) o ne hanno scoperto talenti insospettabili ( per le musica, per il canto, per la pittura), talenti forse auspicabili anche relativamente a sé stessi.

Un’amica (e qui porto un esempio della quotidianità diciamo “normale” degli ambiti affettivi della mia vita) mi confessa di essere stata tentata di ascoltare l‘esame della figlia attraverso la porta e mi ha chiesto se secondo me fosse il caso. Incuriositi, coinvolti, scioccati essi stessi, i genitori si sono chiesti quanto potessero aiutare i figli a essere speranzosi in un momento così angosciante e difficile; ma sono stati spesso sorpresi e sollevati a loro volta dalle risorse dei giovani. E parlo dei ragazzi diciamo sani, ma anche di quelli problematici.

Negli adolescenti non ho avuto modo di constatare le stesse difficoltà di quelle attribuibili ai bambini durante la quarantena, a parte paure notturne o improvvisi incubi e sogni angoscianti, che però spesso hanno riguardato anche gli adulti. A parte ovviamente la non esistenza del contenitore scolastico, con tutto quello che ne è conseguito sul piano dell’apprendimento e delle dinamiche affettive.

La pandemia sembra aver azionato un meccanismo di resistenza, di concentrazione lucida sul pericolo. Sembra essere un meccanismo simile a quello messo in atto da molti medici e infermieri che hanno affrontato il pericolo faccia a faccia, costretti dalle terribili circostanze sanitarie. Fino a quando sono stati impegnati nell’emergenza, hanno resistito alla tentazione di cedere e non hanno chiesto aiuto. Terminata l’emergenza, sono spesso crollati, e hanno chiesto aiuto.

Nella mia esperienza di volontaria per l’emergenza che il nostro Centro ha apportato, ho sperimentato un meccanismo simile nei parenti di coloro che si sono ammalati. Hanno resistito e supportato i loro cari fino alla fine o al superamento della malattia, poi sono crollati e hanno chiesto aiuto. Hanno poi potuto piangere e soffrire e cominciare a fare dei pensieri che ho cercato di aiutare a sviluppare. Hanno spesso vissuto, soprattutto in età avanzata, grosse angosce di morte di cui hanno potuto però parlare non in un primissimo momento, ma solo dopo parziale allontanamento psicologico e temporale.

Tranne un paziente che era comunque arrivato quasi al termine del nostro percorso che non ne ha sentito la necessità, tutti i miei pazienti (e parlo anche degli adulti) hanno trovato giovamento dal poter continuare il trattamento durante il periodo della pandemia, anche da lontano, anche usando le tecnologie. L’utilizzo di queste ultime ha riguardato sia i pazienti da tempo in terapie sia i pazienti della emergenza Covid, che si sono primariamente rivolti al numero messo a disposizione dal Ministero della Sanità.

Abbiamo dovuto riadattare lo strumento, ma ho trovato questa esperienza intensa e interessante, sia ambito privato che in ambito pubblico.

Non potrebbe per sempre sostituire il contatto direttore paziente e analista, a cui è impossibile rinunciare per presenza corporea e propriocettiva, ma in emergenza ha costituito (e sono sicura costituirà ancora) una risorsa utile, che non ha intaccato nella mia esperienza, la possibilità di scambi di dolore e di intensità affettiva.

Gli adolescenti e gli adulti soprattutto, dopo un iniziale disorientamento, hanno comunque usato al meglio le possibilità comunicative fornite dal mezzo. La difficoltà può essere dovuta alle interferenze familiari, e alla impossibilità soprattutto per i giovani, di poter avere sempre una stanza tutta per sé, senza essere ascoltati o interrotti da qualche membro della famiglia.

Abbiamo conosciuto (e qui parlo anche dei colleghi con cui mi sono confrontata) gli interni delle loro stanze e abbiamo visto cani e gatti; abbiamo cercato di far entrare tutto questo nel setting terapeutico, nella significanza affettiva per il paziente relativa forse alle parti più arcaiche e primitive che spesso l’animale veicola.

Le madri in terapia spesso non possono abbandonare per troppo tempo il figlio piccolo che strilla, o che si affaccia a salutare; ma credo questo abbia umanizzato in qualche modo la possibile asetticità dello strumento elettronico, ricordandoci che dentro al terribile incubo vissuto, restiamo umani. Siamo tutti fragili, soli, a rischio di scompenso e angoscia diffusa se allontanati per troppo tempo gli uni dagli altri.

Leggi anche: La “fase due” nella Psicoanalisi.

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