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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

La lunga notte

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Hugo Simbert – L’angelo ferito – 1903

di Rita Corsa

La lunga notte è arrivata. Nel terzo episodio dell’ottava stagione di Game of Thrones (Il Trono di Spade) gli eserciti dei vari Regni, da sempre in feroce lotta fra loro, si trovano fraternamente riuniti nella battaglia fatale contro l’armata dei morti guidata dal Re della Notte. L’attesa è stata satura di terrore e di silenzio. “È la morte questa. E la morte non si batte” – sentenzia uno dei personaggi più controversi ma anche più valorosi, prima di sprofondare nelle tenebre, cupissime, di una notte di sangue.

Oggi sulle nostre vite, assuefatte al chiarore di onnipotenti certezze ritenute intaccabili, è calata un’improvvisa oscurità, dominata dallo stesso, eterno nemico dell’uomo, il Re della Notte, l’Incoronato.

Coronavirus: silenzio, solitudine, paura e angoscia

La violenta epidemia di Coronavirus, con la sua interminabile scia di malati gravi e di deceduti, ci obbliga a sostare in territori intensamente perturbanti per il pensiero, travolto da sentimenti primari di paura e di angoscia e da emozioni brutali spesso intollerabili. Anche per gli psicoanalisti non è facile transitare per quello che Susan Sontag definiva “il lato notturno dell’esistenza” (1977). Quando la morte occupa con tanta prepotenza la realtà, le funzioni contenitiva, lenitiva e quella simbolica della mente vacillano. Come canta il poeta: “(…) Via, via via, (…) il genere umano/ non può reggere troppa realtà. (…)» (Eliot, 1942).

La realtà che ora ci schiaccia è gravida di una sofferenza che pare non arginabile, anche perché impone agli individui di affrontarla in silenzio, senza respiro, e in solitudine. Gli altri, pure i più intimi familiari, vanno tenuti a distanza, perché la prossimità è fonte di morte. La contiguità tra corpi, che veicola emozioni e significati, è interdetta. Come ci insegna la psicoanalisi, il pensiero di un individuo ha bisogno dell’incontro con l’oggetto per svilupparsi, per definire il proprio e per interpretare il mondo. E per sopportare il dolore della malattia e l’angoscia della fine. Diversi analisti ritengono che, nel momento in cui una persona è spinta verso l’ignoto dall’avvicinarsi della morte, solo la condivisione umana attraverso il “doppio binario della reciprocità” permette, forse, di “resistere” all’angoscia di morte.

Il racconto di un’arzilla signora di 97 anni ci aiuta a capire il tormento di queste morti mute e solitarie: “era assai meglio sotto i bombardamenti. Correvamo tutti insieme nei rifugi e ci facevamo forza. C’era poco spazio ed eravamo ammassati, ma il calore dei corpi ci teneva al caldo”.

Il lutto senza socializzazione della perdita

Ugualmente straziante è la situazione dei cari, a casa, che perdono i loro congiunti senza poterli salutare. Il lavoro del lutto, un processo complesso dell’Io, fatto di memoria e di tempo, è stato studiato da Freud in Lutto e melanconia (1915). La scomparsa dell’individuo amato, specialmente se sovrainvestito narcisisticamente, provoca intenso dolore e tristezza, associati a un prosciugamento libidico e uno svuotamento di senso del mondo circostante. Il superamento del lutto avviene con il reinvestimento libidico dell’Io e dell’ambiente esterno. In varie culture, compresa la nostra, a questo percorso luttuoso partecipa la comunità d’appartenenza. La socializzazione della perdita conforta i familiari e li accompagna nel tempo del lutto. Tutto ciò viene meno nella situazione attuale, dove le barriere sanitarie impediscono qualsiasi rito funerario collettivo.

Silenzio e solitudine. Ma, forse, questa è la condizione di ogni individuo di fronte al limite ultimo. Quando non ha più voce per declamare, insieme al poeta, versi “sulla vita caduca, caduca e bellissima” (Achmatova, 1912).

Leggi anche l’articolo: La peste a Tebe.

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