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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

La peste a Tebe

di Giacomo Calvi

La fragilità e la paura nella pandemia da Coronavirus

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Keith Haring – “Ignorance = fear” – 1989

La “nostra fragilità”: travolti dalla pandemia, questa è l’osservazione, fra le tante che stanno circolando, che più attira le nostre riflessioni.

Anna Ferruta, nell’articolo “Coronavirus: Una Sfinge del nostro tempo” pubblicato in febbraio sul sito del CMP, l’ha ben tratteggiata. Tutti siamo inevitabilmente chiamati a farci i conti, rispondendo – a seconda di ciascuno e ciascuno a seconda del momento – con un ventaglio di atteggiamenti diversi: persecutorietà, rassegnato fatalismo, negazione, riconoscimento, paura… E’ già stato segnalato, ad esempio, che la caccia all’untore, le recriminazioni di ogni genere o l’esibita noncuranza possono essere la spia di questo o quell’atteggiamento. Per un breve periodo, i Cinesi siamo diventati noi Italiani, scoprendo sulla nostra pelle quanto sia ingrata la trasformazione dell’altro in alieno. L’alieno appare al tempo stesso minaccioso e fragile, caratterizzato cioè da quella fragilità che lo rende esclusivo bersaglio del male. Un’idea di alieno che avverto serpeggiare quando ancora ci si aggrappa alla maligna rassicurazione che il Covid-19 mieta tra le sue vittime i vecchi, i deboli, i poveri (rabbrividisco al solo pensiero che un tale sentire riproponga l’idea di selezione).

La pandemia darà al mondo l’occasione di un affratellamento? O continueremo ad assistere al dominio della mors tua vita mea? Sono, peraltro, toccanti e motivo di conforto le reazioni di un popolo, il nostro, da troppo tempo considerato il più indisciplinato e individualista: abnegazione, solidarietà, capacità di sorridere di fronte all’avversità ancora non stupiscono, benché commuovano. Quale sorpresa suscitano, però, virtù più inconsuete come disciplina, ubbidienza, stoicismo, umiltà, senso di appartenenza alla comunità.

L’angoscia di un nemico invisibile e la propria natura

Si è detto che l’invisibilità del nemico provochi un’angoscia indefinita, contro la quale non ci si potrebbe più difendere arroccandosi dietro alla paranoia. Non credo che sia così.

Circolano infatti, insieme allo scontento, messaggi di accusa verso i presunti responsabili di questa o quella incapacità o inadempienza, se non addirittura maligna intenzione: “Piove? (Coronavirus) Governo ladro!”.

Non è questo il terreno nel quale desidero inoltrarmi. La critica è legittima e molti errori sono stati senz’altro compiuti. Ciò che mi preme segnalare è però lo spirito che sottende le recriminazioni. Uno spirito che, accanto alla riscoperta della fragilità dell’uomo di fronte alla natura, può indurci a considerare la fragilità dell’uomo di fronte alla propria natura.

Lo spirito è quello dei figli che, sentendosi abbandonati o, peggio ancora, ingannati da genitori incapaci o perfidi, recriminano. Peggio ancora, è lo spirito dell’adolescente convinto di aver capito tutto, di esser diventato finalmente il detentore di un’onniscienza che lo sottrae dall’incertezza e che gli permette di irridere il genitore caduto dal piedestallo.

A questo proposito voglio citare la minuta di Freud a Fliess del 1897: “Gli impulsi ostili verso i genitori sono anch’essi parte della nevrosi…Nella paranoia, ciò che vi è di più malvagio nel delirio di persecuzione (diffidenza patologica verso governanti e monarchi) corrisponde a questi impulsi” (Freud,1897, pag. 64)

Sappiamo che la conclusione di Freud, derivante da una serie di osservazioni cliniche, anticipa in questa lettera la sua scoperta più rivoluzionaria e scandalosa, che più di ogni altra ha sollevato aspri contrasti e che tutt’oggi scatena indignate opposizioni: il complesso di Edipo. Forse la manovra più infida sta nell’indebolire la portata di questa scoperta riducendola a un cliché¹.

Il clichè del complesso di Edipo e la “rivoluzione permanente”

Un cliché è una verità usurata, che ha perso la sua capacità di richiamare attenzione, ma è pur sempre una verità. Gli impulsi di amore e di odio nei confronti dei propri genitori che conducono Edipo a compiere il suo destino albergano in ciascuno di noi e richiedono una continua rielaborazione, la “rivoluzione permanente” a cui ci invita Di Chiara prendendo spunto da un’osservazione di Meltzer: “La scienza dovrebbe scoprire e non invadere i santuari della natura, accrescere la nostra umiltà, mentre aumenta il nostro auto-controllo – non il nostro controllo dell’universo, ma il nostro auto-controllo, in modo che noi possiamo sostenere la responsabilità che l’evoluzione della mente ci ha imposto. Dal momento che possiamo inferire su ogni cosa della terra, noi siamo ora i custodi della terra. Ed è troppo tardi per tentare di espellere Iddio-padre dal nostro mondo interno attraverso eleganti teorie socio-politiche perché egli si riprenda questi fardelli” (Meltzer, 1975, pag.10).

Senza il continuo lavoro della mente, di rielaborazione di affetti e pulsioni, ci troviamo esposti non solo al senso di fragilità provocato dalla leopardiana natura “matrigna” che ci scuote e ci fa precipitare dalla nostra onnipotenza, ma ci troviamo anche a contatto con quel senso di fragilità interna che pensavamo di aver archiviato definitivamente, rimosso. Il virus ci mette di fronte alla nostra difficoltà a difenderci, ci impedisce di voltare la faccia come spesso facciamo di fronte a quanto minaccia l’umanità. Contemporaneamente rischiamo che affetti ed emozioni “mutino” e infettino la nostra mente se non troviamo nella capacità di elaborarli gli anticorpi necessari.

Oggi la prova da affrontare è incessante. Siamo costretti a sopportare la delusione derivante dalla incompletezza del nostro sapere e del nostro controllo con il rischio che si rinneghi tutto il buono derivato dalla conoscenza.

Come si inserisce il richiamo a Edipo in questo scenario?

Edipo mi sembra esserne il protagonista.

Quello che non si vuole sapere non esiste, quello che si vuole sapere esiste” (Edipo Re).

Le pandemie del passato

Da quando si è scatenata la pandemia sono molti i commentatori che si richiamano a epidemie e pestilenze che hanno flagellato l’umanità o che sono frutto di invenzioni letterarie. Fra i più citati è Manzoni, ma anche Tucidide, che racconta il sentimento persecutorio degli Ateniesi durante la peste, o Saramago, che descrive l’indifferenza in Cecità, o Camus, che stigmatizza l’opportunismo ne La peste. Al lieto ritiro in campagna descritto da Boccaccio si può contrapporre l’altezzoso diniego del protagonista della novella di Poe che si vede inesorabilmente raggiunto con tutti i suoi ospiti dalla Morte Rossa. Il colera di Marquez lascia indenne un lungo amore ma non risparmia una terra disboscata, spopolata della sua fauna, vittima di una caccia dissennata. Dissipatio HG non è più una metafora geniale di Morselli, ma uno scenario da contemplare. Le descrizioni di Verga e di Defoe, come pure le raffigurazioni di Schiele e di Haring, si avvicendano alle cronache di Spagnola, Asiatica, AIDS spesso rievocate.

C’è una peste però, fra queste e chissà fra quante ancora da me trascurate, a cui uno psicoanalista non può non pensare. Quella che colpisce Tebe e che Sofocle racconta nell’Edipo Re.

Edipo, il cui destino ci commuove perché avrebbe potuto essere anche il nostro (…) Portando alla luce nella sua analisi la colpa di Edipo, il poeta ci costringe a prendere coscienza del nostro intimo, nel quale gli impulsi, anche se repressi, son pur sempre presenti (…) questo monito tocca noi stessi, ed il nostro orgoglio, noi che, dagli anni dell’infanzia, siamo diventati così saggi e potenti”. (Freud, 1899, pag.242)

Edipo ha occhi per vedere, ma è cieco nei confronti del suo vero sé. Quando lo scopre, paga per la sua colpa acciecandosi.

Accettazione della verità della natura umana

Accettare la verità su se stessi, questo è il compito non sempre facile: senza eroismi, ma col dovuto coraggio. Senza ricorrere alla protezione materna, che mette in campo Giocasta quando, intuita la verità, vorrebbe lasciarla sepolta e permettere che il figlio continui a vivere nell’ignoranza.

La fragilità, insegna Sofocle, porta gli umani a sfuggire, a dimenticare, a escogitare qualsiasi compromesso.

Edipo invece non si fa trattenere da ciò che di terribile viene scoprendo su di sé: si impegna nella ricerca della verità al prezzo di un dolore immenso. Solo attraverso questo tragico processo potrà riconoscere la sua identità.

Se gli impulsi edipici albergano in ciascuno di noi, cosa ci permette di imbrigliare questa nostra natura? Cosa ci rende animali culturali, rispettosi del tabù, senza che l’accettazione del limite ci provochi risentimento o colpa?

A questo interrogativo si son dedicate generazioni di analisti.

In questa mia breve nota, scelgo uno spunto offerto da Bremmann nella sua lettura della tragedia. Egli osserva che Edipo, a causa dell’abbandono subìto, non ha consapevolezza e ha perso la sua identità: non ha avuto l’occasione di avvertire il bisogno di un altro che l’aiuti a elaborare. L’altro non è stato presente nella sua vita e non è disponibile nella sua mente. Per questo Edipo è privo della forza necessaria per trasformare i suoi impulsi: perché gli è sconosciuta la sua origine.

Tiresia, cieco e veggente, rivela che la sconfitta della pestilenza, flagello di Tebe, dipende dalla scoperta del colpevole che ha infranto il tabù. Edipo si adira e accusa Creonte, posseduto da una convinzione colma di arroganza: “Tu non vuoi vedere la verità che è in te” gli dice Tiresia. Su quella fragilità che viene dall’ignoranza di sé e del proprio mondo interno, l’analista invita a vegliare.

Leggi anche l’articolo: In questi nostri giorni di coronavirus.

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Note:

1.  Anche il mafioso interpretato da De Niro nel film ‘Terapia e pallottole’ rimprovera lo psicoterapeuta con cui ha a che fare: “Da quando mi hai detto quelle schifezze su di me e mia madre, non riesco nemmeno a telefonarle”.

Bibliografia:

  • Freud, S. (1892-97) “Minute teoriche per Wilhem Fliess “ . Minuta N. In Opere, vol. 2, Boringhieri, Torino 1968
  • Freud, S. (1899) “L’interpretazione dei sogni” . In Opere, vol. 3.
  • Meltzer, D. “Stati sesuali della mente” Armando, Roma 1983
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