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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Recensione de “Il disagio dell’inciviltà”

di Valeria Pezzanidisagio-inciviilta-cmp-centro-milanese-psicoanalisi-psicoanalista-2

Mariotti e Fina hanno quest’anno vinto il premio Gradiva di Lavarone con il libro “Il disagio dell’incività” : di questi tempi, l’attenzione al sociale è fondamentale e in questo testo la psicoanalisi viene richiamata con forza a non tacere di fronte ad alcune inciviltà evidenti nel contesto attuale. Le autrici non si riferiscono solo al lavoro clinico con i pazienti, ma anche al fatto che il pensiero psicoanalitico possa e debba declinarsi nell’interpretazione dei movimenti sociali, politici, antropologici e di massa di cui, come psicoanalisti, non possiamo essere solo spettatori ma dobbiamo essere anche artefici.

La psicoanalisi per pensare il mondo

La psicoanalisi, e quindi anche i singoli psicoanalisti, vengono spinti, leggendo il testo, a mettere in moto la “capacità di pensare”, attivando una attitudine critica e non denegante di fronte all’“inciviltà” che rischia di entrare, quasi senza che ce ne si renda conto, nell’opinione pubblica e popolare in conseguenza ad apparenti ideali manipolatori. Proprio nella capacità di occuparsi di questi nuovi aspetti (immigrazioni, fondamentalismi, uso del web, nuovi generi e nuovi ruoli sociali, fragili narcisismi che i nostri pazienti portano nella stanza di analisi) si fonda la capacità trasformativa dell’analista come clinico e della psicoanalisi come teoria. Il testo stesso in fondo è un’esemplificazione di una capacità trasformativa che mostra una avvenuta elaborazione (in apres-coup potremmo dire) di ciò che sta accadendo.

Si intrecciano nel testo in modo intrigante clinica analitica e critica socio-politica: l’interazione tra mondo interno e mondo esterno è costante e risulta evidente che la lettura della realtà esterna e del contesto dipende sempre  dalla  storia individuale per cui l’approccio analitico non può non tenere conto della complessità del soggetto umano e della società cui appartiene, con uno sguardo che cerca di evitare sia il “rischio dell’asfissia del micro che l’iperossigenazione del macro” (Tramma 2017, citato  a pagina 18/19).

L’importanza e il rapporto con il terzo per costruire l’identità

L’importanza della considerazione del terzo (che sia “analitico” per Ogden, “contestuale” per Aron o “edipico”  per Freud ) riduce il rischio sia di  derive simbiotiche sia di derive che favoriscono la scissione tra ciò che avviene dentro e ciò che  avviene fuori.  Il testo stesso rappresenta a mio parere un ottimo esempio di come la riflessione analitica possa essere uno strumento per evitare il rischio di accartocciarsi su se stessa, finendo per eludere le problematiche attuali: questo può avvenire  o colludendo acriticamente con le riportate esigenze  dei nuovi pazienti  e con le nuove forme di pensiero  o viceversa rifiutando in modo rigido ed automatico di prendere in considerazione i cambiamenti semplicemente in quanto scomodi rispetto alle teorie di riferimento. L’elaborazione critica del cambiamento, a cui i tempi attuali ci costringono, non ha a che fare con una rinuncia all’ identità di analiste ben radicate alle proprie teorie; viceversa  la costruzione dell’identità, anche dell’identità psicoanalitica, è letta come necessariamente attraversata dal rapporto con alteritá e molteplicità dal momento  che il “mondo esterno é il perimetro all’interno di cui  (l’identità) si situa e si disloca: si situa perché lì vi cerca il proprio luogo e si disloca perché cerca anche la propria  individuazione e la propria singolarità” (Pag 21).

Inciviltà

Il termine  “inciviltà”, che intitola il libro parafrasando il testo freudiano, è riferito alla necessità di calmierare e contrapporsi a quella sorta di idealizzazione implicita e data per scontata che fa passare il mondo occidentale come naturale “es-portatore” di democrazia, civiltà e potenza: l’integralismo del pensiero che circola è un tentativo, destinato a fallire, di mettere ordine alla confusione sperimentata dall’uomo moderno, attraverso l’uso della scissione e della proiezione per proteggersi da aspetti persecutori, che, facendo percepire l’Occidente come vittima, finisce per aumentare quelle stesse angosce persecutorie, determinando una sorta di circolo vizioso (la pandemia del coronavirus, mi permetto di aggiungere oggi che l’abbiamo vissuta, sembra essere un insegnamento da elaborare in questo senso, comprese le reazioni di certa politica che continuano a tentare di incolpare ciecamente la società cinese!).  La disamina  sull’uso del web e dei social, mostra il rischio di favorire la negazione dell’esistenza dell’altro che diventa, senza nemmeno saperlo il ricettacolo di proiezioni del mondo interno individuale, tradendo in inganno con l’ideale di favorire un’individualizzazione insita nel suo utilizzo. L’ attenzione ai nuovi ruoli del maschile e del femminile, della maternità e della paternità, che si evidenzia nella presenza sempre  maggiore di conflitti presenti nelle diverse assunzioni di ruolo,  viene ampliamento correlata alla storia personale, familiare e sociale di ogni individuo, mostrando  particolare attenzione alle fragilità narcisistiche, alla necessità di fare i conti con le parti aggressive e di odio presenti nella maternità e infine restituendo un degno posto all’Edipo nella teoria psicoanalitica.

“Mal’essere” e “ben’essere”

Entrando nelle stanze di analisi ci si accorge come i pazienti arrivino sempre più spesso motivati dal sentire  una sorta di “mal’essere” , frutto di inconsistenza narcisistica e di dispersione dell’identità, legate all’assenza di esperienza del sè, e con richieste di ritrovare una sorta di “ben’essere” immaginato soprattutto come la ripresa della performance che rassicura e allontana da conflitti, divergenze e incertezze. La richiesta tipica di quest’ epoca da parte dei pazienti sembra  essere infatti quella di aiutarli a non pensare, uno specchio evidente di ciò che accade a livello macro sociale: la psicoanalisi “dotata di dispositivi adeguati ad assolvere una funzione di garante metapsichico, può intervenire con competenza  attraverso un metodo che orienta la mente del terapeuta e il lavoro analitico , per contribuire  in modo attivo a uscire dal silenzio  etico di quest’epoca” (pag 120).  Diversi stralci clinici mostrano l’analista di oggi al lavoro, che integra diverse teorie e punti di vista, tenendo conto dell’influenza del sociale sul l’individuo, per scardinare gli automatismi che rendono i pazienti reattivi o acquiescenti alla esperienze della vita al fine di sentirsi apparentemente più forti.

Leggendo il testo si percorre con piacere, in un’alternanza costante tra clinica e riflessioni teoriche,  come l’analista possa guidare i pazienti verso un’intimità mai sperimentata prima, che li rende autenticamente più forti: in una fluida oscillazione tra dipendenza e emancipazione, tra simbiosi e libertà, senza che un polo  si dimentichi mai dell’altro nella logica dell’et-et piuttosto che dell’aut-aut, sembra esservi la presenza di due autrici che si assumono la responsabilità di riconoscere l’importanza di un pensiero critico che scardina visioni narcisistiche e ipersoggetiviste, mantenendo un saldo contatto con le proprie radici identitarie.

Leggi anche l’articolo: Coronavirus e distanziamento sociale. Si può parlare (piano) di sessualità?

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