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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Punti di vista riflessioni sulla pandemia tra perdita e desiderio: il pensiero di Antonio Rossi

N° 3 del 24/08/2020

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Arco della Pace, Milano, 17 maggio 2020. Foto di SIlvia Lepore

Il pensiero di Antonio Rossi

Terminata la fase di isolamento ci sentiamo collettivamente contagiati – ma anche accomunati – dall’atmosfera emotiva della pandemia. Ci interroghiamo su ciò che abbiamo vissuto e che stiamo ora vivendo. Vorremmo conoscere il suo pensiero al riguardo: in particolare quale è il suo punto di vista come sportivo e sottosegretario con delega ai grandi eventi sportivi sul vissuto di perdita che ci accomuna e sulla nuova percezione di bisogni e desideri con i quali ci stiamo confrontando oggi?

Il futuro è incerto per definizione. Il dubbio, l’imponderabilità degli accadimenti, l’impossibilità di prevedere gli esiti di determinate azioni attanagliano da sempre uomini e donne, tanto nel mondo della quotidianità quanto nella realtà un po’ speciale dello sport.

Nel bene e nel male è questo parte del fascino del futuro. Il dubbio.

Ti puoi preparare per mesi per un’Olimpiade, puoi seguire una dieta rigorosa, allenarti psicologicamente all’impresa, puoi analizzare tutto nei minimi dettagli per essere al top nella gara della vita, eppoi, nel momento cruciale, succede qualcosa che mette tutti i piani a soqquadro. Qualcosa che riporta nella totale incertezza quel futuro che avevi così ben pianificato e di cui pensavi di essere padrone, creando ansia e paura. Non è detto che sia per forza una cosa negativa, anche eventi positivi possono incrinare sicurezze e convinzioni e far perdere la giusta concentrazione.

Ecco, quando sei vicino al momento per cui hai lavorato a lungo, può succedere qualcosa che in altri istanti della tua vita potrebbe essere insignificante. Qualcosa che d’improvviso ti mette di fronte a un bivio cruciale. Può trattarsi di un infortunio, di un virus intestinale, di una febbre passeggera, di una giornata di pioggia o di sole eccessivo.

Ecco che ti ritrovi, in pochi istanti, a dover fare una scelta che può rivelarsi fondamentale per la tua carriera agonistica, per la tua famiglia, per la tua vita e non sai quale sia la cosa giusta da fare. Il muro di certezze crolla e si rischia il panico. Gli sportivi, purtroppo, conoscono bene queste sensazioni. Si tratta di emozioni che, se vissute passivamente, in un attimo possono gettarti nello sconforto, farti perdere lucidità, farti intraprendere strade perniciose…

Il coronavirus sconvolge le certezze e getta nel panico

Il Coronavirus è piombato nella nostra vita un po’ così, d’improvviso, quando pensavamo di essere in grado di gestire e pianificare il nostro futuro, quando credevamo di avere tutto o quasi sotto controllo, ci sentivamo forti, in grado di conquistare lo spazio e di dominare il mondo grazie alla scienza. In un attimo qualcosa di invisibile e dimensionalmente insignificante ha distrutto le nostre certezze, ha risvegliato la società dal delirio di onnipotenza divina in cui sembrava essere piombata per gettarla nel panico. Un virus vigliacco, in grado di entrare nelle nostre vite per distruggerle senza rispetto per i sentimenti, di farlo spesso senza avvisaglie, capace di contagiare noi e i nostri cari senza farsi annunciare da sintomi che ci possano mettere in allarme. Ci ha riportato alla realtà della nostra vita e alla consapevolezza di quanto siano deboli gli equilibri che ogni giorno ce la regalano.

I giorni del ‘lock down’ hanno fatto anche scoprire o riscoprire a tanti quanto praticare sport sia importante per il benessere psicofisico. Correre, nuotare, andare in bicicletta, fare palestra, tirare di scherma, infilare un pallone in un cesto o giocare a calcetto sono attività che non solo ci aiutano a mantenere il corpo atletico ma servono al cervello di giovani, adulti e anziani per coltivare la socialità e scaricare lo stress quotidiano. Stress che nelle settimane peggiori dell’emergenza Covid è stato incrementato esponenzialmente dal dover rimanere chiusi in casa, dall’ansia da contagio, da un quotidiano fatto di sirene di ambulanze, ricoveri e lutti.

C’è chi è riuscito a organizzarsi con allenamenti in casa e chi ha trovato una valvola di sfogo nel portare fuori il cane con grande solerzia. In generale, comunque, la costrizione all’interno della propria abitazione, la mancanza di contatto con gli altri e l’assenza di attività fisica hanno comportato serie conseguenze negative sulle persone. Chili di troppo e ‘pancetta’ hanno fatto il paio con un aumento del nervosismo, del cattivo umore, di pessimismo e instabilità di giudizio. Quando ci è stato dato pieno semaforo verde all’attività all’aperto in molti si sono riversati nei parchi a correre, come in un gesto liberatorio.

Nessuno poteva essere pronto ad affrontare l’emergenza passata nei mesi scorsi, nessuno poteva prevedere quanto è successo e nessuno è in grado di dire a cosa ci porterà il Coronavirus. Lo sconfiggeremo, riusciremo a farlo sparire, così da tornare a una vita normale? Non ci riusciremo e dovremo inventarci una ‘nuova normalità’?

Non sono queste le domande che uno sportivo si fa prima della gara della vita. E questa che ci apprestiamo ad affrontare è senza dubbio la gara della nostra vita.

Il coronavirus e la gara della vita

Prima dello start si pensa solo a dare il massimo, a rimanere concentrati sull’obiettivo e ci si prepara mentalmente e fisicamente a soffrire. Si sa che non sarà facile, ma sappiamo anche che, per quanto potrà essere dura, allo sventolio della bandiera a scacchi se avremo dato tutto saremo fieri di quanto avremo fatto. Il risultato? Certo che conta, ma conta di più la consapevolezza di aver dato tutto il possibile anche contro avversari molto più forti di noi.

Questo virus è così: è forte, maledettamente forte, ma insieme possiamo batterlo. Lui non lo sa, ma la sua cattiveria ci ha aiutato a riscoprire valori di bontà che pensavamo perduti. Ci ha reso più vicini e più forti. Ci ha fatto tornare fratelli. E’ per questo che lui sta già perdendo. Quando tutto finirà, se finirà, saremo migliori? Nessuno può dirlo. Saremo sicuramente diversi.

Lo sport insegna a non darsi mai per vinti. Questo non significa combattere contro i mulini a vento, ma avere piena consapevolezza di sé e dei propri limiti. Non significa perseverare nella testardaggine ma sapere quando arriva il momento di cambiare i piani e, magari, passare a una strategia diversa o a obiettivi differenti. Questi sono gli insegnamenti che ho ricevuto in tanti anni dallo sport, insieme all’onestà, al rispetto per il prossimo e per l’avversario, all’amicizia, al senso del dovere. Questi sono i valori che ho sempre cercato di trasmettere ai miei figli e che sono stati fondamentali per me e per la mia famiglia per affrontare con lucidità il periodo di emergenza che abbiamo affrontato.

Cosa si sa del coronavirus, cosa si può pensare al riguardo, come comportarsi per evitare di incontrarlo, cercando comunque di vivere la vita in maniera completa, senza farsi vincere dalle paure? Nessuno ha le risposte ‘giuste’, ognuno deve trovare la sua strada. Insieme, però, ci possiamo aiutare e la psicoanalisi può fornire spunti fondamentali per affrontare realtà sino a oggi inesplorate. Può aiutarci a crescere come persone, ad allontanarci dal male e ad avvicinarci al bene. Ma cosa sono veramente il bene e il male? Quando il male nuoce e quando, invece, aiuta a migliorarsi? Quando il bene è positivo e quando crea negatività? Qui mi fermo, si rischia di entrare in un discorso davvero troppo complesso, un discorso ricco di fascino, come è ricca di fascino l’incertezza per il nostro futuro.

Come sarà, quindi, la nostra vita dopo il Covid? Come cambierà il quotidiano in una grande metropoli come Milano? Uno sportivo non si fa queste domande davanti alla griglia di partenza. Un campione olimpico – e ci tengo in questo frangente a citare il grandissimo Alex Zanardi a cui mando un abbraccio e i miei migliori auguri – dopo la tempesta si ferma, si guarda, si chiede “cosa ci posso fare con quello che mi è rimasto”. E rilancia il guanto di sfida alla vita.

La malattia non è ancora stata battuta, ma tra dolori e sofferenze chi è ancora qui ha il dovere di mettercela tutta e di ripartire, puntando a vincere per sé e per i suoi cari, perché la vita va vissuta sempre al massimo, sempre nella sua pienezza.

Antonio Rossi

Ho iniziato a fare sport da piccolo, con lo sci, e non ho più smesso. Per correggere una scoliosi a dieci anni i miei genitori mi hanno iscritto a nuoto, ma non ero entusiasta. Sono passato alla canoa ed è stato subito amore. Pagaiando ho conquistato tre campionati del mondo e un titolo europeo, ho partecipato a cinque olimpiadi, centrando tre ori, un argento e un bronzo. La più grande soddisfazione in carriera? Essere portabandiera della squadra azzurra ai Giochi di Pechino. Nel 1988 sono entrato nelle Fiamme Gialle, il gruppo sportivo della Guardia di Finanza, e ho trovato una seconda famiglia. Sulle acque di gara ho conosciuto mia moglie, che mi ha regalato due splendidi figli. Lealtà, rispetto per il prossimo, senso del dovere, spirito di sacrificio questi i valori appresi in anni di gara, gli stessi che oggi mi guidano nella dura competizione politica.

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