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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Punti di vista riflessioni sulla pandemia tra perdita e desiderio: il pensiero di Alessandra Kustermann

N° 7 del 19/10/2020trame-pensieri-cmp-centro-milanese-psicoanalisi-kustermann

Il pensiero di Alessandra Kustermann

Terminata la fase di isolamento ci sentiamo collettivamente contagiati, ma anche accomunati, dall’ atmosfera emotiva della pandemia. Ci interroghiamo su ciò che abbiamo vissuto e che stiamo ora vivendo. Vorremmo conoscere il suo pensiero al riguardo: in particolare qual è il suo punto di vista come medico sul vissuto di perdita che ci accomuna e sulla nuova percezione di bisogni e desideri con i quali ci stiamo confrontando oggi.

Sono una ginecologa, vivo e lavoro a Milano, e da molti anni incontro donne in diverse fasi della loro vita, a volte accompagnate dai partner durante le visite in gravidanza. Parlare con le donne e con i loro compagni mi ha sempre aiutato nel cercare di comprendere i mutamenti culturali in atto e a valutare quanto le condizioni sociali ed economiche incidano sul benessere psico-fisico degli individui.

La pandemia di SARS-COV2 che abbiamo attraversato e lo spauracchio che non si sia ancora esaurita hanno determinato più conseguenze psicologiche di quanto fosse possibile sospettare il 21 febbraio, quando è stata data la notizia del primo caso autoctono. Le immagini iniziali degli affollati ospedali del lodigiano, la notizia che proprio in ospedale si erano verificati molti contagi, le foto delle molte bare stipate in stanzoni a Bergamo, i numeri dei morti e dei contagiati in tutti i mass media hanno contribuito a determinare la sensazione che fosse tornata la peste di antica memoria, anche se aveva mutato nome in COVID-19.

Il lockdown è stato tempestivo e all’inizio ben tollerato da quasi tutti, ma certamente non è stato uguale per tutti. Le dimensioni dell’abitazione, il numero dei bagni in casa, la possibilità di avere spazi di autonomia e di isolamento dagli altri occupanti della casa hanno condizionato in modo dissimile le reazioni di insofferenza progressiva delle persone. Quello che mancava di più era il senso di libertà che può dare la scelta individuale di uscire di casa o di rintanarsi in casa. Il lock down ha colpito tutti: bambini, adolescenti, giovani, adulti quarantenni e ultra quarantenni, giovani vecchi e i rari centenari.

L’intollerabilità dell’isolamento

Forse l’isolamento è stato più intollerabile per chi è più abituato a vivere con il proprio gruppo di riferimento. Ma le madri con figli a scuola o piccolissimi alla scuola materna hanno pagato il prezzo peggiore. Lo smart working spesso decantato come panacea per tutti i mali si è rilevato intollerabile se imposto in una casa piccola, senza strumenti telematici forniti dalle aziende e con figli in età scolare. La sfida di conciliazione tra il lavoro da casa e la cura della famiglia, è stata prevalentemente per le donne se si guardano i dati delle numerose ricerche sociologiche condotte in quasi tutta Europa durante la pandemia. Anche molti uomini erano in smart working, infatti hanno un pò aumentato la loro quota di lavoro domestico, ma incomparabilmente meno delle loro partner, come d’altronde spesso succede anche nei paesi del Nord Europa. Insomma lavoro di cura, lavoro d’ufficio, lavoro scolastico, hanno gravato sul genere femminile. Alcune donne sono state salvate da crisi claustrofobiche dai cani da portare a passeggio, anche se al massimo entro 200 metri dalla propria abitazione, per quelle che avevano scelto di complicarsi la vita tenendoli in città. Purtroppo la maggioranza dei cittadini italiani ha animali domestici, ma non necessariamente cani.

I gatti da osservare e carezzare sono un’ottima pet terapy, ma non si possono portare a spasso. Anche se da bambina avevo un gatto siamese che amava camminare con la pettorina e il guinzaglio, la maggioranza dei gatti ho poi scoperto che disdegna le vie asfaltate. Inoltre, non so se era stata posta la domanda, nei questionari sociologici sull’effetto della pandemia in base al genere, su chi portava a spasso il cane. Ho il vago sospetto che fossero prevalentemente gli uomini ad approfittare di questa fetta di libertà, ma magari sono prevenuta visto che già conosco l’esito di queste indagini.

Il Coronavirus e la paura di contagiare i propri cari

Le conquiste femminili sono ampiamente state messe in discussione dal COVID e anche il lavoro delle donne è diventato a rischio, se guardiamo le ultime statistiche sulla disoccupazione femminile. D’altronde le donne lavorano più nel cosiddetto terziario avanzato che nelle industrie. Solo in sanità lavorano più donne che uomini e qui abbiamo tutti mantenuto il lavoro. Anzi siamo diventati una merce preziosa durante la pandemia, ci hanno chiamato anche eroi per aver svolto con la solita accuratezza il nostro quotidiano lavoro, anche se con più paura. Paura di ammalarsi e di morire, ma onestamente pochi lavoratori della sanità hanno avuto veramente paura di queste due eventualità, in effetti la paura più diffusa era quella di contagiare i propri cari. A me è successo, dato che ho avuto l’indubbio onore di essermi contagiata e di aver contagiato il mio compagno di vita, nonostante tutte le precauzioni adottate. La responsabilità di essere “colpevole” della sua malattia è stata provvidenziale, così ho evitato di avere paura per me stessa, anche quando sono a mia volta stata ricoverata.

Però torno sulla paura diffusa tra gli operatori sanitari, determinata dal fatto che i nostri malati, per quanto gestiti al meglio delle scarse conoscenze iniziali su questa malattia, non avevano tutti un esito fausto. Si è vero che la maggioranza assoluta guariva, ma molti, troppi morivano. Certo morivano di più i più anziani, quelli con presenza di comorbidità, ma a volte morivano anche persone relativamente più giovani e con altre morbilità presenti, ma che in assenza del coronavirus sarebbero sopravvissuti. Nessuno sceglie di fare il medico o l’infermiere per accompagnare le persone alla morte. Il senso di onnipotenza, per chi ancora l’aveva, è stato duramente sconfitto dai numeri dei deceduti. L’impotenza non è una buona compagna nel nostro lavoro. se non si ha speranza difficilmente si riesce a trasmettere speranza ai malati. Ecco perchè in un certo senso siamo stati eroici, perché siamo riusciti lo stesso a sorridere, a confortare, a dare la sensazione che li stessimo curando e che non li avremmo abbandonati da soli. Quante donne possono affermare impunemente che sono abituate ad essere definite eroine. Gli uomini sono più abituati a sentirselo dire: i pompieri, i soldati (anche le donne da qualche hanno combattono), le forze dell’ordine (anche in questo settore le donne sono in aumento). Noi donne ce lo diciamo da sole nella maggioranza dei casi: dopo un parto difficile, dopo una vita particolarmente faticosa tra lavoro e famiglia se ne usciamo psichicamente integre e anche felici di farne il bilancio.

L’incertezza, i bisogni e le aspettative

Del vissuto di perdita ho già parlato, adesso dovrei affrontare la parte più difficile sulla percezione di bisogni e desideri con cui ci confrontiamo oggi. Questa parte che mi ha sempre entusiasmato progettare mi mette in maggiore difficoltà oggi, che non abbiamo cognizione certa di cosa ci riserverà un’ipotetica seconda ondata, visto che in molte parti del mondo la prima non è terminata. L’economia mondiale ha avuto un pesante contraccolpo già dopo 5 mesi di pandemia, difficile pensare che la ripresa sia così rapida da portarci a un 2021 simile almeno al 2019. E per l’Italia non è stata una passeggiata nemmeno la crescita degli ultimi 10 anni. Quindi i bisogni primari almeno nel mio paese difficilmente saranno soddisfatti: lavoro, casa, reddito sufficiente a sperare in un futuro migliore. Insomma ho la sensazione che l’incertezza nel futuro e l’ansia sono man mano aumentate nella popolazione, certamente non siamo stati aiutati dai DPCM che si susseguivano e che allungavano sempre di più il ritorno ad una vita normale.

In questa incertezza che permeava e scandiva le nostre giornate di cittadini italiani abbiamo ridotto le nostre aspettative e imparato a ridurre i bisogni a quelli veramente essenziali. La nostra felicità, il nostro benessere dipendono molto di più oggi dall’avere aspettative realistiche. Una giornata di sole, non avere troppo caldo o troppo freddo, avere una famiglia affettuosa e solidale, avere la possibilità di ridere con gli altri, o almeno di sorridere, essere in relativa buona salute, essere soddisfatti di avere un lavoro, anche se non esaltante, avere una casa luminosa in cui vivere, vedere qualche albero dalla finestra, avere il pollice verde, vivere in una casa con al minimo due camere e due bagni ben separati se ci dovessimo ammalare di COVID 19. Insomma se si desidera poco è più facile avere una buona vita e valutare molto quello che si ha.

Prima del COVID mi illudevo che equità, giustizia e libertà dai bisogni primari fossero una meta condivisibile, ora mi limito a immaginare di costruire un futuro in cui non si costruisca mai più una RSA per ricoverare gli anziani. Per le favelas, le periferie disumanizzanti e l’inquinamento delle grandi megalopoli lascio ai miei figli e nipoti il testimone. Ne facciano quello che vogliono.

Alessandra Kustermann

Alessandra Kustermann, laureata in Medicina e Chirurgia, specializzata in ostetricia e ginecologia. Dal 2009 Direttore Ginecologia e Ostetricia Unità Operativa Complessa Pronto Soccorso e accettazione ostetrico-ginecologico, Soccorso Violenza Sessuale e Domestica (SVSeD) e Consultorio Familiare della Fondazione IRCCS CA’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.

Nel 1996 da vita al primo centro antiviolenza pubblico in Italia per l’assistenza alle vittime di Violenza Sessuale e Domestica: SVSeD.

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