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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Punti di vista riflessioni sulla pandemia tra perdita e desiderio: il pensiero di Baia Curioni

N° 8 del 02/11/2020punti-di-vista-cmp-centro-milanese-psicoanalisi-baia-curioni

Il pensiero di Baia Curioni

Terminata la fase di isolamento ci sentiamo collettivamente contagiati, ma anche accomunati, dall’ atmosfera emotiva della pandemia. Ci interroghiamo su ciò che abbiamo vissuto e che stiamo ora vivendo. Vorremmo conoscere il suo pensiero al riguardo: in particolare qual’ è il suo punto di vista come uomo, come professore esperto degli intrecci tra arte ed economia e come Direttore di Palazzo Te, sul vissuto di perdita che ci accomuna e sulla nuova percezione di bisogni e desideri con i quali ci stiamo confrontando oggi.

Ringrazio della preziosa opportunità di riflessione; tenterò qualche nota sul tema, precisando che con ogni probabilità i tempi non sono ancora maturi per poter davvero rendere conto di quanto accaduto negli scorsi mesi.

La prima riflessione è di carattere strettamente personale anche se ovviamente ha un riverbero sulle altre dimensioni sollecitate.

Siamo abituati a considerare il tempo come una sequenza, una linea, composta da una successione di cause ed effetti. Come se il tempo fosse una modalità necessaria e invariante, un contenitore entro cui scorrono milioni di fili che trasmettono azioni e reazioni, idee, rappresentazioni, collegate o indipendenti, impulsi che co-variano in modo complesso componendo un immenso sistema in corsa: energia corrente, cause ed effetti, correlazioni, probabilità. Un “pieno” insomma, in cui la morte, il vuoto, sono resi in un certo senso impotenti, individuali, irrilevanti rispetto al suo divenire. Un pieno inarrestabile. Lo si chiama vita. In questo costrutto la morte riguarda davvero solo chi muore. Gli altri vanno avanti e riempiono disciplinatamente i vuoti.

Ma il tempo, l’unico che autenticamente possiamo esperire, ci sfida nel suo essere puro presente, che simultaneamente appare, raccoglie, splende e si sottrae. Presente che si mostra e scompare, esibendo in questo lo sfuggire che di ogni ente è rivelazione. L’anacronistico, divino, presente: esclusivo ed elusivo, impone il turbamento che nasce dallo sporgersi su un abisso.

Di fronte ad esso, in esso addensata, sta la memoria, l’arcaica dea Mnemosyne, la rammemorazione creatrice di mondi, garante della ricchezza più essenziale: la possibilità di restituire in forma di immagine, parola, gesto, cultura. Madre delle muse e della complessità.

Il rapporto tra presente e memoria

Il presente e la memoria sono indissolubili: il loro equilibrio regge l’abitare umano nel mondo. Come suggerisce Benjamin: “La storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è costituito dal tempo omogeneo e vuoto, ma da quello riempito dall’adesso (Jeztzeit).” (tesi XIV.). Il loro squilibrio invece espone al rischio di un passato ossificato che impedisce il nuovo, o di un nuovo regressivo, ripetitivo, figlio di violenza, di semplificazioni, rozzo e destituito della parola.

Lo squilibrio tra presente e memoria crea sclerosi o semplificazione regressiva. Per questo il loro equilibrio è il compito fondamentale delle istituzioni culturali, soprattutto di quelle che si dedicano al patrimonio culturale: la rammemorazione non si articola su un tempo lineare e vuoto, ma un tempo in cui memoria e presente si intersecano. “Il tempo che gli indovini interrogavano, per carpirgli quello che celava nel suo grembo, da loro non era certo sperimentato né come omogeneo né come vuoto. Chi tiene presente questo forse giunge a farsi un’idea di come il tempo passato è stato sperimentato nella rammemorazione…. In esso ogni secondo era la piccola porta attraverso la quale poteva entrare il messia” (Tesi XVII B).

Bene, se esiste un tratto, per alcuni aspetti forse comune, della pandemia, è quello di aver tracciato una partizione, un taglio, una sospensione della linearità del tempo. L’apparire del virus, la paura e la ritirata, hanno infatti in apparenza fermato il passo del mondo e molte cose e noi, facendo apparire il presente.

Questo arresto, quando siamo stati fortunati, ci ha impigliato nell’intimità, nel suo miscuglio di radicalità ed estraneità, nel presente che si è dilatato e nella memoria che ci ha fatto compagnia. Per questo in molti, nei giorni di chiusura, abbiamo fatto i conti con i nostri archivi.

In questo spazio inatteso, in questa inaspettata e simultanea ribalta del tempo presente e della memoria, sono accadute cose ed esperienze molto diverse. E del resto non si vede perché avrebbe dovuto essere altrimenti.

Nei dialoghi di questi mesi ho raccolto alcuni racconti: c’è chi ha avuto il privilegio improvviso di immergersi nella natura; molti, sento, hanno potuto assaporare lo spazio che si è creato tra gli istanti, anzi “negli” istanti. Un luogo in cui stare, perdersi fino a cancellarsi, sparire e tornare.

Altri ancora hanno vissuto esperienze di costrizione, intimità malate, violenze, cose dure, dolorose, impenetrabili, quasi innominabili.

Altri hanno esperito il morire di persone care e, in diversi gradi, l’esperienza della cura. A volte si è trattato di una cura senza aiuti, senza organizzazione e supporti; corpi caduti sui reticolati tra le trincee, nella terra di nessuno. Una cura senza speranza di guarigione e quindi per definizione sprecata, agita nella certezza di esiti infelici, cocciutamente resistente al calcolo e perciò splendente.

Alcuni poi hanno incontrato la morte, scivolando silenziosamente e soli nell’assenza di respiro, nella distruzione del cervello, della memoria e dei pensieri. Testimoni e soglie del mistero che irrompe e disturba.

Alcuni hanno pazientemente trovato modi di negare, preparandosi al ritorno dell’eguale, attaccandosi provvisoriamente alle effigi informatiche dei loro conoscenti.

Altri, ancora, hanno provato a creare, pochi però, perché molti hanno denunciato la mancanza di parole, di corpo. L’arte sembra essersi ammutolita. Non solo, non tanto, perché i musei fossero vuoti. Ma perché il mistero espanso del presente e la potenza di una memoria privata del fare e della possibilità di immaginare il futuro sono stati dominanti. Quando la creazione è accaduta però è stata splendente; mi viene in mente una testimonianza lasciata nei giorni scorsi da Virgilio Sieni agli allievi della Scuola di Palazzo Te, in cui Virgilio ha mostrato, a partire da un quadro di Andrea Del Sarto, come la danza può essere praticata nella ricerca di una prossimità che non arriva mai al tocco: una tattilità estesa, inclusiva della distanza, che mette in luce l’incommensurabilità dei corpi.

Difficile dunque dire se esiste qualcosa in comune, a parte perdere certezze riguardo al pensare il tempo come sequenza diritta e lineare che ci collega al futuro; a parte il toccare, con più radicalità, l’umano, il comporsi del senso e della sua messa in forma. Per questo è anche difficile dire cosa e come saranno le eredità di queste esperienze. Diverse saranno, tanto quanto lo sono state le cose e le memorie.

L’importanza e la qualità della presenza

Da questo punto in poi la riflessione personale assume una intonazione anche professionale. Forse possiamo condividere un compito comune: cercare di far sì che questa occasione non sia perduta, evitare che il dolore di così tanti non lasci traccia nei nostri pensieri. In questo non si può, non si deve, avere fretta: occorre imparare o meglio rinnovare il nostro mestiere.

Nella misura in cui questa ricerca investe una istituzione culturale, nel mio caso la Fondazione Palazzo Te da una parte e l’Università Bocconi dall’altra, occorre partire dall’evidenza di quanto si è esperito: l’irruzione del presente e l’evidenza di quanto la coesistenza tra presente e memoria, presente e storia, sia necessaria e salvifica. Per essere più precisi forse occorre, grazie all’alchimia tra presente e memoria, guadagnare una “presenza”. La nostra presenza, la presenza umana, la presenza del docente, dei visitatori, degli studenti.

Cosa vuol dire essere davvero “presenti”? È una condizione che non si guadagna con un “risveglio”. Piuttosto, come dice Benjamin, si tratta di una “rammemorazione” che anticamente era frequentata: una coesistenza non retorica di presente e di memoria, da tenere in misura, con la mano, atto fondamentale di cultura. Una coesistenza difficile e inattuale, il cui compito è guadagnare, farci guadagnare, una nuova qualità della “presenza” umana sulla terra.

Chiunque negli ultimi anni abbia gestito un museo, o un monumento, ha progressivamente accettato l’idea che la presenza debba essere contata. Quanti visitatori? Quanti ingressi? Quanti biglietti? E, per esser chiari, i numeri davano ragione ai numeri: sempre di più.

Per chiarezza: non ho pregiudizi “contro” la quantità di visitatori nei musei; credo però sia importante attivare pratiche e processi diversi, in cui la qualità della presenza cercata e attesa del produttore, dell’artista, del fruitore, sia pensata con più consapevolezza e precisione.

Cosa significa qualificare la presenza del visitatore? Quanto spazio si apre per innovare i processi di fruizione? In primo luogo occorre ricordare e chiarire: in cosa consiste la fruizione? Qual è il tratto fondante di una esperienza di fruizione culturale? Credo che la sua qualità risieda in una modalità del guardare e dell’ascoltare; nello sguardo: “a way of looking” come suggeriva John Berger. Nella relazione quindi a una immagine, una pratica in primo luogo visiva, ma non solo.

La qualità dello sguardo, la qualità della fruizione, la qualità della presenza, si accompagnano ad una postura, un atteggiamento, un modo della ricettività che implica apertura, curiosità, fiducia. Si tratta di un atteggiamento che si definisce all’interno di una relazione. È preparato dai modi di comunicare, si sviluppa nella fisicità, nella struttura architettonica, nella forza simbolica degli ingressi, si declina poi negli incontri con le persone, grazie alla qualità e alla preparazione del personale di accoglienza, delle informazioni disponibili, delle tecnologie, ma non è estraneo al clima fisico, ai servizi, alle luci, alla regia e alla sceneggiatura complessiva del percorso. Insomma la capacità di guadagnare il senso della presenza è uno degli obiettivi dell’istituzione ed è il frutto dei modi in cui essa dialoga con il suo contesto e con i media.

La qualità della presenza è un risultato che riguarda il visitatore, il mediatore, il personale di custodia e di ingresso; è il risultato di una ricerca e di un percorso educativo di carattere collettivo, forse addirittura sociale. Dal punto di vista curatoriale e museologico questo significa spostare l’attenzione dal potenziamento dell’oggetto alla “costruzione” del visitatore, attraverso azioni che vanno dalla comunicazione alla progettazione dei materiali informativi, dall’illuminazione alla disponibilità di spazi fisici per lo sguardo.

Questo spostamento non significa, non può significare, riduzione dell’attenzione conservativa per gli oggetti, ma al contrario, una riduzione del feticismo, o un utilizzo delle energie e delle curiosità per uno scopo in definitiva educativo. Non vedo soluzioni facili o scontate, ed è piuttosto ovvio il rischio di ricadere in una prospettiva elitaria o insostenibile. Quanto potrà o dovrà costare il biglietto che apre ad una esperienza in cui si mette in atto una cura così attenta del visitatore?

Credo che questa domanda introduca ad un secondo livello di prossimità, quello dell’ambiente urbano, economico, sociale e istituzionale che circonda la singola istituzione culturale o del patrimonio. Gli abitanti del quartiere, della città, del territorio limitrofo sono i primi ad essere oggetto e soggetto di una istanza di “presenza” culturale.

Anche su questo si è molto dialogato e anche, più raramente, sperimentato in questi anni. Alcune indicazioni generali sono state tanto condivise da diventare slogan: coprogettazione e governance condivisa, inclusione, formazione di capacità e competenze, inclusione.

L’esperienza ci dice che questi processi sono estremamente lenti, difficili da sostenere e da monitorare: occorre, come suggeriva Levi Strauss, “guardare crescere il grano” … e questo a volte sembra impossibile.

Pure credo questo orizzonte stia diventando determinante.

Scegliere la “presenza” costituisce una strategia, un lascito di questi mesi, che implica molti cambiamenti nelle istituzioni della cultura e del patrimonio.

Si è a lungo e con amarezza discusso della trasformazione dei musei da templi a supermarkets: ora è il momento che assumano in pieno diritto e consapevolezza il ruolo politico e tecnico, terzo rispetto alla politica elettorale, di essere costruttori di cittadinanza e di sviluppo culturale prima ancora che sociale ed economico. Istituzioni che aiutano a coniugare il presente e la storia, che formano lo sguardo, il contegno, la restituzione, la fiducia, ancor più che una vieta identità.

La costruzione di questa terzietà chiede sofisticati strumenti gestionali, consentiti solo da una piena responsabilità ed autonomia delle istituzioni e da un saper fare cultura che credo possa costituire l’orizzonte di ricerca, dibattito e formazione per i prossimi anni.

Le istituzioni della cultura e del patrimonio che speriamo possano sorgere da questa strana e dolorosa epoché, saranno, cioè, solo nella misura in cui sapranno diventare componenti necessarie – e come tali riconosciute – per la continua rigenerazione di una cultura contemporanea, umana e civile, una cultura del presente e della presenza, appropriata alla natura e alla storia dei territori in cui sono chiamati ad operare.

Stefano Baia Curioni

Stefano Baia Curioni, professore associato al dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’università Bocconi, visiting professor IMT Lucca, direttore della Fondazione Palazzo Te, direttore del centro di ricerca ASK dell’Università Bocconi. Ha svolto attività di ricerca sui processi di trasformazione dei sistemi culturali in particolare per i temi del patrimonio culturale, della musica e dell’arte contemporanea. Ha servito come consigliere del Ministro Franceschini e poi nel Consiglio Superiore dei Beni Culturali, e in numerosi consigli di amministrazione e comitati scientifici (Palazzo Te, Pinacoteca di Brera, Piccolo Teatro, Fondazione Ratti). È stato presidente della commissione per la nomina di Capitale Italiana della Cultura nel 2017 e 2018.

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