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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Punti di vista riflessioni sulla pandemia tra perdita e desiderio: il pensiero di Mauro Magatti

N° 9 del 16/11/2020punti-di-vista-cmp-centro-milanese-psicoanalisi-mauro-magatti-1

Il pensiero di Mauro Magatti

Terminata la fase di isolamento ci sentiamo collettivamente contagiati, ma anche accomunati, dall’ atmosfera emotiva della pandemia. Ci interroghiamo su ciò che abbiamo vissuto e che stiamo ora vivendo. Vorremmo conoscere il suo pensiero al riguardo: in particolare qual è il suo punto di vista come sociologo ed economista sul vissuto di perdita che ci accomuna e sulla nuova percezione di bisogni e desideri con i quali ci stiamo confrontando oggi.

La pandemia ha portato alla luce un rimosso: la fragilità esisteva prima e continuerà a esserci dopo il covid.

L’opinione pubblica è rimasta scandalizzata dal fatto che tanti anziani siano morti. Ma la verità è che noi viviamo in un mondo che non ha elaborato alcun pensiero sul tema della perdita ultima, che viene sistematicamente allontanata dalla scena della nostra vita sociale.

Fino a prova contraria, la natura umana è quella di nascere e morire nella fragilità. La vita e la morte sono i due confini, i due limiti ineliminabili entro i quali si gioca la nostra esistenza. Con la nostra azione possiamo migliorare tutto ciò che accade tra questi momenti estremi. Ma non ci è possibile cancellarli, né evitare che ci accompagnino sempre. La vita si sporge sempre sulla morte, che vogliamo vederlo o no. Per quanto sia doveroso combattere ogni sorta di male che possa affliggerci, la nostra esistenza rimane costitutivamente vulnerabile, in tensione tra questi due estremi inseparabili – da noi, e tra loro.

L’inadeguatezza prometeica dell’uomo contemporaneo

L’argomento di Gunther Anders – che parla di inadeguatezza prometeica dell’uomo contemporaneo – risuona qui con una pertinenza indiscutibile: in quanto esseri non-fatti ma procreati (cioè organici), non fabbricati ma generati, a differenza dei beni che produciamo, siamo “deperibili”: «La nuova lampadina, che sostituisce quella vecchia bruciata, non ne continua forse la vita? Non diventa forse la vecchia lampadina? Ogni pezzo perduto o rotto non continua forse a vivere nell’immagine della sua idea-modello?». Un essere umano, invece, invecchia, si indebolisce e alla fine muore. Irrimediabilmente. nella sua unicità, nei suoi affetti, nel suo mondo.

Il problema è che, nella società della potenza, l’essere umano appare clamorosamente mal programmato. Come scrive ancora Anders, “il desiderio dell’uomo contemporaneo di diventare un self Made man, un prodotto, va visto su questo sfondo mutato: non già perché non sopporta più nulla che egli stesso non abbia fatto, vuole fare se stesso; ma perché non vuole essere qualcosa di non fatto. Non perché provi indignazione per essere fatto da altri (Dio, dei, natura) ma perché non è fatto per nulla e nella sua qualità di non fatto è inferiore a tutti sui prodotti fabbricati”.

Nella logica della potenza, che è quella della società nella quale viviamo, questo destino comune non è però riconosciuto. Si pensi all’invecchiamento che porta a una condizione di invisibilità: essere anziani significa essere ospiti sgraditi.

Al di là dei programmi di previdenza sociale (dove esistono), la fragilizzazione della vita, che prima o poi riguarda tutti, rimane per lo più confinata alla sola sfera privata.

Un discorso analogo vale per la fragilizzazione sociale. Sono anni che circolano dati sull’acuirsi delle disuguaglianze e sull’aumento dei poveri. I fatti dicono che il numero di chi è intrappolato nei circuiti della precarietà aumenta dappertutto. E d’altra parte, come una quantità di ricerche ha ormai mostrato, al di là della dimensione economica – che pure rimane importante – ciò che chiamiamo ‘povertà’ è sempre più l’esito di un percorso di “disaffiliazione”, cioè di una perdita di contatto col mondo sociale circostante, che si combina con una crescente inadeguatezza. I tanti fattori che concorrono a dissestare i percorsi di vita – basso livello di istruzione, legami famigliari problematici, percorsi di professionalizzazione scadenti, condizioni abitative inadeguate, degrado ambientale, carriere criminali o di devianza – finiscono in molti casi per causate una “fragilità esistenziale” difficile da combattere.

Il costo della vita

Con una inversione logica che arriva fino a negare la realtà – quella appunto della nostra fragilità – negli ultimi decenni tutto ciò che si spendeva per far fronte ai bisogni della popolazione è stato classificato come “costo”. Termine che, nel suo significato etimologico, indicherebbe il prezzo di quello che si è disposti a pagare per acquistare qualcosa di valore. Così, in una copertina dell’Economist apparsa nel mese di Marzo 2020, nel bel mezzo dell’epidemia, la questione è stata posta con grande chiarezza: qual è il prezzo che siamo disposti a pagare per una vita? Cioè qual è il trade off tra economia e salute?

La domanda di etica pubblica posta dal settimanale inglese è tutt’altro che irrilevante. Perché ha a che fare non solo con l’emergenza ma, più in generale, col nostro modello sociale. Se il criterio è quello del conto economico, della crescita quantitativa, dell’aumento delle possibilità, allora è lecito porsi questa e altre domande: cosa ne dobbiamo fare dei poveri, degli immigrati, dei depressi, di tutti coloro che non sono all’altezza delle performance richieste? La schiera delle persone fragili – a cui prima o poi apparterremo tutti per via dell’inevitabile invecchiamento – va considerata come un costo da minimizzare oppure come un effetto imprevisto del nostro modello di crescita, che ne sollecita una revisione?

In effetti, nel momento dell’emergenza non è mancato chi, in nome di un neo-darwinismo sociale, ha tentato di sostenere che non si dovesse intervenire perché il costo sarebbe stato troppo elevato. Ma questa posizione è stata respinta dall’opinione pubblica, profondamente scossa dal fatto che in tanti ospedali i medici si sono trovati ad affrontare un dilemma lacerante: decidere chi curare e chi invece lasciar morire.

La stragrande maggioranza ha sostenuto la linea che si dovesse combattere la malattia “a qualunque costo”. Nelle settimane in cui nessuno si poteva sentire al sicuro non è stato difficile ottenere consenso su questa linea. Ma sappiamo che in condizioni normali – quando l’emergenza sarà lontana – o a causa di un malaugurato prolungarsi del problema l’orientamento rischia di essere ben diverso. Se si guarda il tema della fragilità nella sola logica costi-benefici, le risorse disponibili vanno economizzate ed efficientizzate.

Il nodo culturale sollevato dalla pandemia è dunque questo: come trattiamo la questione della fragilità una volta che la riconosciamo come una dimensione ineliminabile della nostra comune condizione?

Il covid 19 rilancia dunque il tema del ruolo e del significato della fragilità come una delle questioni centrali per definire l’agenda dei prossimi anni. Anche se la sua eliminazione fa parte dei nostri sogni, la fragilità non è un fardello che possiamo scrollarci di dosso una volta per tutte. La fragilità, la malattia, la marginalità sono facce di quella precarietà che non è un limite superabile con lo sviluppo tecnico (che anzi, paradossalmente, l’accresce), ma un tratto costituivo del nostro essere umani.

La fragilità va protetta, ma prima ancora va riconosciuta e accettata per quello che è: il segno della nostra costitutiva precarietà, del nostro limite. In una società avanzata – e perciò, come si è visto, fragile – occorre trovare il modo di ‘far posto’ alla nostra inadeguatezza prometeica, anziché immaginare di potere correre sempre al massimo per cancellarla.

Mauro Magatti

Mauro Magatti, Sociologo ed Economista, è Professore ordinario all’Università Cattolica di Milano ed editorialista del Corriere della Sera. Dal 2008 è direttore del Centro ARC (Anthropology of Religion and Cultural Change). Il suo ultimo libro è: Nella fine è l’inizio, (Il Mulino, 2020).

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