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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Punti di vista riflessioni sulla pandemia tra perdita e desiderio N 10

N° 10 del 11/01/2021punti-di-vista-cmp-centro-milanese-psicoanalisi-ferruccio-de-bortoli-1

Il pensiero di Ferruccio de Bortoli

L’avvicendarsi delle fasi di isolamento ci fa sentire collettivamente contagiati, ma anche accomunati, dall’atmosfera emotiva della pandemia. Ci interroghiamo su ciò che abbiamo vissuto e che stiamo ora vivendo. Pubblichiamo il contributo di Ferruccio de Bortoli, giornalista ed editorialista, sul vissuto di perdita che ci accomuna e sulla nuova percezione di bisogni e desideri con i quali ci stiamo confrontando oggi.

Nel corso della prima ondata della pandemia – che ci eravamo illusi fosse l’ultima – rimasi molto colpito dall’articolo di un medico sui danni collaterali, fisici e psichici, del contenimento, del lockdown di primavera. Mi domandai la ragione di un intervento di quel tipo proprio nel momento in cui le persone morivano a migliaia soffocate dal Covid. Con tutte le emergenze che dovevamo affrontare era proprio il caso di occuparci dei riflessi – indubbiamente seri però non esageriamo – del mancato irraggiamento solare o del deprivarsi del senso di libertà? Risposta immediata: no.

Questo episodio, certamente minore, trascurabile, mi serve per introdurre una mia personale riflessione che spero utile all’importante lavoro della vostra comunità. Si è parlato a lungo, e anche a sproposito, di infodemia come variante (complice?) nella comunicazione della diffusione del virus. Una cosa è certa: vi è stato un eccesso di comunicazione, sui media tradizionali come sui social network, intorno ad ogni aspetto della pandemia. Si sono confusi dati scientifici con impressioni personali; scambiate opinioni, anche autorevoli, per verità inconfutabili; antiche paure ancestrali hanno alimentato sentimenti irrazionali; l’arroganza dell’uomo tecnologico contemporaneo si è tradotta in comportamenti che negavano di fatto la pericolosità del contagio. Il rumore di fondo che si è levato per mesi ha sommerso tutto il resto, travolgendolo come un’alluvione improvvisa che cancella i contorni di un paesaggio e li rende drammaticamente tutti uguali nel grigiore del fango e nell’odore della morte. Il volume dell’infodemia ha ridotto notizie che in altre epoche avrebbero occupato a lungo le prime pagine, snodi essenziali della Storia (dagli accordi di Abramo alla Brexit), a trascurabili marginalità. Quantité négligeable.

L’ossessione della pandemia ha finito per tracimare negli spazi più reconditi e personali dell’individuo, occuparne la mente con segnali distorti, contraddittori. Le discussioni familiari o di lavoro sono state costantemente influenzate (verbo appropriato) dalla chiacchiera ossessiva sul virus, tanto incessante nel linguaggio quanto incostante nei comportamenti individuali. Che conseguenze avrà tutto ciò sulla psiche dell’uomo contemporaneo? Sui comportamenti del cittadino nelle sue relazioni sociali e nel suo rapporto con le istituzioni? Non ho gli strumenti per dare delle risposte plausibili e fondate. Ho solo l’opportunità, preziosa, che mi è offerta, di aggiungere qualche materiale utile alle vostre diagnosi. Dopo un’alluvione si teme l’acqua, che non è immediatamente percepita come fonte di vita dai superstiti. La metafora mi serve per tentare di spiegare quella che potrebbe essere, nell’utente medio degli organi di informazione, la naturale reazione una volta finita speriamo, insieme alla pandemia, l’infodemia. Da una parte un rigetto, anche inconscio, dei temi legati alla riproposizione dei rischi sanitari. Quasi un senso di liberazione dopo mesi di lutti, malattie, quarantene. Si torna a respirare, non ci pensiamo più. Dall’altra, una ipervalutazione della fragilità sanitaria del cittadino medio, la costante ricerca di spiegazioni (ahinoi sul web), di rassicurazioni. Nel mezzo, di certo, la perdita della misura nel soppesare l’importanza degli avvenimenti esterni e le loro conseguenze, reali o immaginarie, sulla nostra vita personale. O troppo o nulla. In statistica sarebbero outlier, sbalzi di volatilità, numeri fuori scala, non utili per calcolare una media. Ma se un dato si può trascurare in un’analisi sulle tendenze della società, una persona con le sue angosce, le sue fissazioni, no.

Il senso di vuoto, tipico di un ritorno alla normalità dopo una guerra, una sciagura, un trauma, produrrà – a mio modesto e dilettante giudizio – una sorta di nuova infanzia delle persone. Come se riemergessero dal passato paure sepolte dal progresso e dal benessere. Come se si sentissero nuovamente le raccomandazioni dei genitori sempre preoccupati che non prendessimo il tifo bevendo l’acqua e il tetano per essersi sbucciati un ginocchio giocando. La pandemia ha azzerato le relazioni sociali. Riprendere una vita normale, fatta di incontri con gli altri, condivisione di spazi comuni, cene con gli amici, non sarà facile come azionare un comando digitale. Non ci sarà soltanto una nuova infanzia delle persone da gestire ma anche quella che vorrei chiamare la sindrome del “selvaggio di ritorno”. Ci si sentirà un po’ goffi (per esempio rimettersi certi vestiti dopo molto tempo di smart working), impreparati alle lunghe conversazioni “in presenza” dopo mesi di comunicazioni a distanza mediate (e protette) dalla Rete. Ricostruire le connessioni reali, dopo tante connessioni virtuali, creerà inedite forme di estraniamento, nuove timidezze. Un’opera di reingegnerizzazione sociale avrà bisogno di nuovi linguaggi, motivazioni, esempi da seguire. Renderà le solitudini di chi non riuscirà a reimmettersi nei nuovi circuiti sociali ibridi (alta conoscenza delle tecnologie, connessione mischiata al dedalo dei rapporti umani) ancora più profonde e assai diverse da quelle fin qui conosciute. Avremo nuovi esclusi che non appariranno tali. Nuove povertà sociali. Non di reddito ma di rapporti, di affetti, di esclusioni dalle comunità di riferimento. La solitudine post Covid è un pianeta inesplorato.

Uno dei sintomi dell’infezione è la perdita del gusto e dell’olfatto. Chi, una volta risanato, abbia recuperato la totalità dei sensi, si sarà sentito un po’ come il cieco di Gerico guarito (con del fango sugli occhi) da Gesù nel Vangelo di Giovanni. Il miracolo di riacquistare il sapore della vita. Una vita piena, però. D’accordo, il cieco di Gerico lo era dalla nascita. Non aveva mai visto i colori della realtà. Ma l’esempio evangelico serve a questo. A illustrare un ultimo, ma non secondario, aspetto della psicologia post Covid. La tendenza, o se volete, la necessità di vivere appieno quei momenti di normalità – una volta forse noiosi perché ripetitivi – che ci sono mancati troppo a lungo. Viverli, dunque, come un dono del cielo oppure, se vogliamo restare sul versante laico, qualcosa di eccezionale, che si assapora come fosse la prima volta. Questa voglia di vita – e magari anche di cercarne il senso – questo stupore quasi fanciullesco della normalità ritrovata, potrà sprigionare energie sconosciute e sorprendenti.

Ferruccio de Bortoli

Ferruccio de Bortoli è un giornalista italiano. È stato due volte direttore del Corriere della Sera, dal 1997 al 2003 e dal 2009 al 2015, nonché direttore de Il Sole 24 ORE dal 2005 al 2009. Dal 2015 è presidente dell’Associazione Vidas di Milano. Attualmente è presidente della casa editrice Longanesi, editorialista del Corriere della Sera e del Corriere del Ticino e ha una rubrica nell’edizione serale di TG2000.

Uscite della rubrica

 

 

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